NICODEMO
IL "CAMMINO"
SEGRETO
Gli "Orientamenti alle équipes di catechisti per la fase di conversione" non sono generiche meditazioni spirituali senza pretese teologiche, oppure esortazioni alla conversione che nella loro foga, qualche volta, vanno fuori misura; non si tratta di conversazioni informali o esternazioni personali perché hanno lo scopo specifico di insegnare, hanno un tono chiaramente e dichiaratamente magisteriale e a questo scopo vengono consegnati solo ai catechisti. Questi "Orientamenti", sono il TESTO-BASE CATECHISTICO di questo movimento e siccome il Sig. Kiko è considerato, in questo gruppo, come un profeta sempre ispirato, il testo è ritenuto intoccabile e viene osservato dagli adepti alla lettera, persino nelle cose più secondarie ed insignificanti. Chiunque si esprime in modo diverso è richiamato. Si ritiene che parlare tutti allo stesso modo sia segno di "unità di intenti". Prima di iniziare l’evangelizzazione i catechisti regionali riuniscono le équipes (sacerdoti compresi) e insieme si ripete a memoria la parte del testo di Kiko che verrà usata per le catechesi. Dal 1972, anno della composizione, ad oggi, il testo non è mai stato ritoccato, ampliato, smussato, ridotto e soprattutto corretto in nessuna parte: viene gelosamente e fedelmente riprodotto come i...codici onciali del Nuovo Testamento! Il testo è, dunque, la base dottrinale del movimento, la "fonte" ispiratrice e determinante dei veri contenuti della loro catechesi. Inoltre i punti dottrinali fondamentali di questo testo sono ripresi, ribaditi e approfonditi in altri diversi testi base catechistici prodotti in anni diversi, per cui si tratta di idee-forza sicuramente caratteristiche di tutto il movimento:
E ancora:
Prima di procedere all'analisi particolareggiata del testo premetto alcune indicazioni ed interventi sia dei Vescovi italiani, sia del Santo Padre.
"La presenza dei neocatecumenali non è passata inosservata nelle chiese italiane. Nel 1981 essa fu oggetto di un comunicato dei vescovi piemontesi. Nel 1984 si espressero su di loro i Vescovi lombardi. Nel 1986 apparve la relazione del Vescovo Foresti di Brescia di singolare chiarezza e sincerità. Quasi contemporaneamente si espresse anche il Vescovo di Novara (cfr. Jesus, agosto 1987).
Dopo il decreto del Vescovo di Torino, Card. Saldarini (cfr. Regno-att. 12, 1995, 337) e gli interventi del Vescovo di Firenze, card. Piovanelli (cfr. Regno-doc. 15, 1995, 491), del Vescovo di Palermo, card. Pappalardo (cfr. Regno-doc. 9,1996, 297) e del Vescovo di Foligno, Mons. Bertoldo (cfr. Regno-doc. 9, 1996, 299); nel dicembre 1996 è stata pubblicata l’incisiva e particolareggiata Nota Pastorale sul "cammino" della Conferenza Episcopale Pugliese. Nello stesso mese si ebbe una lettera simile scritta dal Vescovo di Vicenza, Mons. Nonis (cfr. Regno-att. 2,1997, 41).
Come si vede si va configurando un corpus di interventi omogenei su questo movimento" (Il regno-attualità, 4/1997, p. 75).
In data 2 marzo 1986, pubblicano una NOTA PASTORALE SULLE COMUNITÀ NEOCATECUMENALI IN UMBRIA in cui, dopo aver esposto alcuni elementi positivi, passano ad indicare gli elementi negativi da eliminare:
"n° 2 - I Vescovi si sentono però in dovere di fare delle riserve circa il ruolo dei catechisti che, almeno in alcune comunità, lascia poco spazio al presbitero per l'esercizio concreto della sua responsabilità di pastore. In particolare negli scrutini il catechista deve guardarsi dall'assumere una posizione che, a volte, sembra pericolosamente avvicinarsi a quella del confessore. Si usi ogni riguardo perché i peccati occulti non vengano manifestati, se non nel segreto della confessione sacramentale.
n° 3 -... per la necessaria attualizzazione del messaggio cristiano, si deve prestare maggiore attenzione ai DOCUMENTI DELLA TRADIZIONE E DEL MAGISTERO, particolarmente ai metodi, agli itinerari e ai testi autorevolmente proposti dalla C.E.I. a tutte le Chiese che sono in Italia. Si abbia cura che l'interpretazione della Bibbia sia sempre esegeticamente corretta, /.../. Nella esposizione della dottrina si ponga ogni attenzione per non usare, come qualche volta succede, ENUNCIAZIONI OBIETTIVAMENTE INESATTE che sono pericolose, anche quando l'intenzione di fondo è buona.
n° 4 - Il rischio da evitare è che la piccola comunità neocatecumenale faccia un cammino parallelo a quello della più vasta comunità parrocchiale e diocesana, non inserendosi, organicamente, nella pastorale ordinaria. /.../ La vita interna delle comunità neocatecumenali deve autoregolarsi in modo da NON ASSORBIRE OGNI ENERGIA, lasciando spazio effettivo per l'inserimento nella pastorale ordinaria.
n° 5 - RIGUARDO ALLA MESSA FESTIVA - ripetutamente in tempi recenti i documenti del Magistero (cfr. Eucharisticum Mysterium nn.26-27; Eucaristia, Comunione e Comunità, nn.71 e 81; Il Giorno del Signore, n° 10) hanno insistito su una precisa direttiva pastorale: ELIMINARE IL PIÙ POSSIBILE I FRAZIONAMENTI DEL POPOLO DI DIO NEL GIORNO DEL SIGNORE. I gruppi ecclesiali particolari devono tenere le loro celebrazioni nei giorni infrasettimanali, per poi CONFLUIRE TUTTI INSIEME LA DOMENICA NELL'ASSEMBLEA PARROCCHIALE, allo scopo di manifestare concretamente l'unità della comunità cristiana e di animare la comune liturgia a edificazione di tutto il popolo. Infine, essendo la liturgia preghiera ufficiale della Chiesa, si ricorda che è doveroso osservare le norme stabilite per quanto riguarda i riti e i testi, senza per altro soffocare la legittima ed opportuna creatività".
COMUNICAZIONE AL CONSIGLIO PRESBITERALE IX ASSEMBLEA - 19 novembre 1986 (Rivista della Diocesi di Brescia - Ufficiale per gli Atti Vescovili e di Curia - Anno LXXVII, n.1/1987): "Due sono gli aspetti sotto i quali il cammino neocatecumenale va verificato: Il primo attiene alla sua natura di itinerario di formazione alla vita di fede, alla vita cristiana. Il secondo riguarda la sua collocazione nella comunità diocesana.
/.../ Grava sul Vescovo locale,/.../ il dovere di vigilare e di discernere la fedeltà dell'itinerario ai contenuti della dottrina cattolica, delle leggi del culto e del diritto universale. Anche dopo una Dichiarazione della Santa Sede, il Vescovo ha il dovere di verificare che la prassi corrisponda alle intenzioni dichiarate e agli statuti approvati /.../ Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, personalmente (udienza dell'11 settembre 1986 a Castelgandolfo), mi ha confermato che i suoi inviti ai Vescovi ad accogliere i movimenti non implicano la rinuncia da parte loro ad una continua ed attenta verifica nei loro riguardi".
Dopo aver esposto i valori delle comunità neocatecumenali (senza omettere di denunciare, però, le discussioni in famiglia tra marito e moglie, tra genitori e figli circa la rinuncia unilaterale al denaro) il Vescovo Foresti - saggiamente - annota: "Occorre riconoscere che tali valori non sono poca cosa. Si deve, tuttavia, annotare che qualora i sacerdoti avessero avuto tanta costanza, avrebbero ottenuto gli stessi risultati anche adottando schemi meno rigidi".
RILIEVI "Coloro che hanno abbandonato il cammino /.../ notano nella realtà delle comunità neocatecumenali: UNA VISIONE PESSIMISTICA DELL'UOMO; UN CLIMA DI SOGGEZIONE PSICOLOGICA; UNA CERTA ATMOSFERA DI ESCLUSIVISMO; UNA CERTA IDENTIFICAZIONE DELLA COMUNITÀ CON LA CHIESA STESSA; e UN CERTO DISCREDITO PER LA RELIGIOSITÀ DEGLI ALTRI.
Il problema delle comunità neocatecumenali si riferisce a due punti: a) la vita delle comunità; b) il clero che vi fa parte.
- Manca il collegamento con gli Uffici diocesani competenti e conseguentemente manca la verifica: * sui contenuti e metodi della catechesi (Uff. Catechistico) * sui contenuti e sulla regolarità delle liturgie (Uff. Liturgico) * sulla disposizione degli elementi strutturali nelle Chiese (Uff. d'Arte Sacra). - È SCARSA L'ATTENZIONE ALLE DISPOSIZIONI SINODALI SULLA DISCIPLINA RELATIVA ALLA AMMINISTRAZIONE DEI SACRAMENTI. Faccio alcuni esempi:
Nel giorno del Signore le comunità neocatecumenali mantengono sempre una Messa di gruppo; se, nella stessa parrocchia, i gruppi sono più d'uno, finiscono per celebrare più Eucaristie contemporanee in stanze attigue. Tale prassi continua per tutto il cammino, isolando i fratelli per molti anni dalla Eucaristia parrocchiale.
- Nel Sabato santo queste comunità celebrano la Veglia pasquale a parte, sicché in una parrocchia ne vengono fatte due; a meno che ne venga gestita da loro una per tutta la parrocchia e in tal caso lo stile e la lunghezza della celebrazione finiscono per scontentare i fedeli comuni.
- Aumenta la domanda dei genitori neocatecumenali di celebrare il Battesimo (per immersione solo a Pasqua) dei figli nella chiesa della comunità, allontanandosi dalla propria parrocchia. Talvolta anche per il matrimonio il fatto si ripete.
L'altare della chiesa parrocchiale viene spesso trasferito dall'area presbiterale alla navata, mentre il suo posto è preso dall'ambone.
- Nella catechesi, talvolta, esiste il tentativo di impostare tutta la istruzione degli adulti sui contenuti della catechesi neocatecumenale, disattendendo i catechismi della C.E.I.. (N.d.R. = Per questo si tende ad escludere i catechisti che non appartengono al movimento. Questo "stile" si cerca di attuarlo anche nell’istruzione degli adolescenti = N.d.R.)
Il problema pastorale diviene più acuto qui.
- Esistono difficoltà notevoli per i fedeli quando il Parroco fa parte del cammino; i fedeli non riescono ad accettarlo, ritenendolo uomo di parte e non di tutti. /.../ Allora i laici vanno a lamentarsi con gli altri preti o, in città, per la partecipazione alla Messa, si trasferiscono in parrocchie vicine.
Sorgono incomprensioni tra Parroco e Vicario parrocchiale, quando il primo fa parte del cammino e l'altro è fedele al metodo e alle disposizioni diocesane sulla pastorale oratoriana, ecc.; /.../ Quando in una parrocchia "neocatecumenale" arriva come Parroco un sacerdote abituato ad esercitare il suo ministero nella linea della pastorale diocesana, il suo disagio diventa grande. O accetta la situazione com'è, con tutto ciò che essa comporta, oppure costringe, di fatto, i "fratelli" ad emigrare.
Talvolta l'inizio di una catechesi in parrocchia è stato deciso dal Parroco senza l'ascolto del Consiglio pastorale parrocchiale e addirittura senza aver consultato i sacerdoti collaboratori; certamente senza aver chiesto al Vescovo. Quando un Vicario parrocchiale ha aderito al metodo neocatecumenale, finisce con obbedire più al sacerdote della comunità neocatecumenale alla quale fa riferimento che non al proprio Parroco. I sacerdoti diocesani si orientano e chiedono di partire per una itineranza.... Viene facilmente fatto rimando al ministero petrino, interpretato a proprio uso, quando il Vescovo non è favorevole. N.d.R. = Su questi punti è intervenuto, negli anni successivi, anche il Vescovo di Vicenza, Mons. Pietro Nonis, il quale, in una lettera scritta ai Parroci sul cammino neocatecumenale (18/12/1996), così ha disposto: "È necessario armonizzare Cammino e parrocchia. Il che significa: inserimento del Cammino nella programmazione parrocchiale; presenza neocatecumenale come "una delle possibili offerte"; subordinazione della decisione dell’annuncio kerigmatico da parte del Cammino o dell’apertura di nuove comunità, all’informazione ed approvazione del Vescovo, "presentando anche il parere motivato del consiglio pastorale parrocchiale". Nel rapporto coi presbiteri si chiede: a) il parroco sia il responsabile di tutti gli itinerari di fede (Cammino compreso), senza privilegiare alcuno; b) spetta al parroco il coordinamento dei presbiteri che operano nelle comunità del Cammino; c) migliore armonizzazione dei compiti dei catechisti con quelli del presbitero" (Regno-attualità, 2/97, p. 41). = N.d.R.
Nei presbiteri si stabilisce una dipendenza affettiva e, almeno su alcuni punti, effettiva dal leader del cammino più che dal Pastore diocesano. Ne è prova la COMUNE DISATTENZIONE AI RICHIAMI DEL VESCOVO, /.../ allorché egli invoca docilità ed obbedienza su indirizzi contrari al cammino. È ovvio che tali osservazioni valgono in modo diverso per i diversi sacerdoti, a seconda del loro diverso carattere e del diverso tempo di appartenenza al cammino neocatecumenale.
Nel sacerdote neocatecumenale si instaura una coscienza "soggettiva" sicura circa l'assoluta validità del suo itinerario formativo alla fede, /.../ Per questo alcuni sacerdoti religiosi del cammino, messi dai loro Superiori di fronte al dilemma di attenersi al carisma dell'Istituto (e perciò alla sua disciplina) oppure di lasciarlo per vivere nelle comunità neocatecumenali, hanno scelto la seconda soluzione. Conosco alcuni Superiori Maggiori che dopo un'esperienza traumatica di questo genere, pur avvertendo la necessità di procedere, non se la sentono più di ripetere il comando, nella paura di dover perdere altri membri dei loro Istituti.
Alcuni Capitoli Generali (ad es. quello dei Padri Comboniani) hanno preso una posizione netta: appartenere completamente all'Istituto oppure far parte delle comunità neocatecumenali.... Quando chiesi la sospensione della Messa prefestiva ordinaria (in alcune circostanze è più che giustificata) fui subito contestato dalle comunità neocatecumenali, dentro e fuori la chiesa. Ho esposto (nel 1984) le mie perplessità su alcuni punti e ribadito l’inopportunità della Messa festiva (alternativa), della Veglia Pasquale (alternativa) e di poco altro /.../ Alcuno si mosse e le comunità N.C. si sciolsero....
Nello scorso anno, ho ribadito le stesse richieste di due anni prima. Non accadde nulla di nuovo; anzi, si iniziarono altre catechesi nelle stesse parrocchie, e in alcune altre senza che i Parroci di queste nuove chiedessero il parere al Vescovo...
Ho esposto al Papa (11 settembre 1986) /.../ il mio timore che a Brescia si formino due tipi di clero e, dunque, due diocesi. /.../
Il Papa sa bene che non tutte le aggregazioni ecclesiali (quando pure siano riconosciute) e non tutti i metodi di catechesi stanno bene, soprattutto se presi nella loro integralità, dappertutto... In questo tempo domanderò agli Organismi diocesani competenti nei vari settori di compiere, con rispetto e carità pari a sapienza e fermezza, la verifica necessaria.... FINO A CONTR'ORDINE, DISPONGO CHE NON VENGA FATTO NESSUN ALTRO ANNUNCIO DI CATECHESI".
La Commissione di 11 sacerdoti istituita da Mons. BRUNO FORESTI e presieduta dal Vescovo ausiliare e vicario generale della diocesi Mons. Virgilio Mario Olmi, in un rapporto finale di 31 cartelle (i cui passaggi più salienti sono stati pubblicati sulla rivista JESUS - Agosto 1987 - pag.16-19) ha rilevato che: "Nella presentazione del cammino neocatecumenale "non ho potuto evidenziare i contenuti dottrinali, anche perché non abbiamo potuto avere gli schemi delle loro catechesi, che dicono essere legati a specifici temi biblici e che vengono spiegati usando il dizionario biblico di Léon Dufour".
N.d.R. = Per quasi 20 anni (il 1972 è la data di composizione del testo) la maggioranza dei Vescovi sono stati tenuti all'oscuro sull’esistenza del testo-base: solo nel 1990, finalmente, grazie a persone uscite da questi gruppi, si è riuscito ad avere il testo e a farlo conoscere ai Vescovi che erano stati impediti di visionarlo. Il testo-base con gli insegnamenti di Kiko e Carmen è quello che i loro catechisti consultano e studiano prima di ogni catechesi, ed è la "fonte" dei contenuti delle loro catechesi. C’è stata una ostinata volontà di voler tenere segreto il testo. Per quale motivo? Che cosa si voleva nascondere? Dall'analisi del testo si vedrà che le anomalie e gli abusi, riscontrati in questi gruppi, sono la diretta conseguenza della "filosofia" personale di Kiko e, in particolare, della sua manipolazione della Bibbia e della Storia della Chiesa. Se il testo è in sintonia con l’insegnamento della Chiesa, non si capisce perché è stato tenuto nascosto. Se vuole essere in sintonia, con l’insegnamento della Chiesa, è doveroso correggere degli errori.
Perché questo testo-base non viene accantonato e sostituito pienamente col Catechismo della Chiesa Cattolica?
Il segreto sul testo imposto alle comunità serve, forse, a mascherare e proteggere "cammini" paralleli? Se si trattasse solo di evitare che le persone in una tappa del cammino non ricevano in anticipo informazioni sulle tappe successive che potrebbero pregiudicare la loro partecipazione piena a quelle tappe, perché il testo non è stato dato ai Pastori?
Per quasi 20 anni, la maggioranza dei Vescovi siano stati tenuti all'oscuro sulle fonti della catechesi in questi gruppi: esiste, dunque, una doppiezza di atteggiamento che conduce ad una DOPPIA VITA: da una parte si mostra un'apparente adesione ai legittimi Pastori della Chiesa (ma solo fino a quando il Vescovo si limita ad approvarli in tutto!) dall'altra parte si conduce una vita parallela, con una organizzazione interna parallela a quella della Chiesa e un insegnamento interno - martellante ed esclusivo (la "filosofia di Kiko")- che in molti punti è "parallela" all'insegnamento della Chiesa.
Un comportamento veramente ecclesiale consisterebbe nel presentarsi al Vescovo, illustrargli, con completezza, le vere modalità e i contenuti del "cammino", chiedere il suo permesso per iniziare le catechesi nella sua Diocesi, consegnare il testo-base e le altre "fonti" della catechesi innanzitutto al Vescovo e poi ai Parroci delle chiese dove, eventualmente, inizia il "cammino" = N.d.R.
Il rapporto del Vescovo ausiliare di Brescia continua, poi, ponendo alcuni problemi e degli interrogativi. RUOLO DELLA GRAZIA: "Se è doveroso insistere sulla condizione di peccato, sull'esigenza di conversione e di distacco, sul mistero della morte redentrice di Cristo, non si può tenere in ombra il valore della Grazia, che rende figli adottivi di Dio e membri della Chiesa".
(N.d.R. = Questo punto verrà trattato nel corso dell'analisi del testo-segreto. Vedremo come Kiko - di fatto - dopo aver forzato la mano alla condizione di peccaminosità dell'uomo - dice: Sei distrutto dal peccato. L'unica salvezza è la COMUNITÀ NEOCATECUMENALE! Si parla sempre e solo di "salvezza", mai di divinizzazione dell’uomo (cfr. 2 Pt 1,4; 1 Cor 1,2; 3,16; Ef 4,24; 2 Cor 5,17; Gal 4,6; 6,15; Gv 14,17; Rom 5,5; 8,9.11; Tito 3,5-7; 2 Tm 1,14; Gc 4,5; Rom 8,15-17) (cfr. C.C.C., nn. 1987-2029). Sembra che l’uomo sia solo peccato e che la grazia di Dio non penetra nell’uomo: sembra cioè che la grazia non cambia e trasforma l’uomo dall’interno, non lo divinizza, ma rimane esterna ed estranea all’uomo. = N.d.R.)
Il rapporto del Vescovo ausiliare di Brescia affronta - poi - altri punti.
"La Parola di Dio è annunciata in stile kerigmatico, a tutti nello stesso modo.... Non si tiene in giusto conto l'esigenza della mediazione culturale, teologica, catechistica e pedagogica". Il rischio è quello di una "lettura fondamentalista" della Bibbia, "come si può constatare in alcune "risonanze" (spiegheremo in seguito in che cosa consista questa "innovazione" liturgica = N.d.R.) "che i neocatecumenali sono invitati ad esprimere dopo la proclamazione della Parola di Dio. Infatti c'è un sottofondo quasi magico nel concepire la Sacra Scrittura come l'unica realtà che permette di arrivare all'incontro con Dio." A questo proposito il rapporto ricorda che la Sacra Scrittura "va congiunta con la Tradizione, che trova un'attualizzazione garantita nel Magistero ufficiale" e rileva che "per noi i catechismi della C.E.I. non sono "ad libitum", né la Tradizione della Chiesa si limita a qualche Padre della Chiesa e il Magistero a qualche documento di Giovanni Paolo II".
N.d.R. = Nella "Fides et Ratio" il Papa Giovanni Paolo II parla del pericolo del fideismo e dice che: "Un’espressione oggi diffusa di tale tendenza fideistica è il "biblicismo" che tende a fare della lettura della Sacra Scrittura o della sua esegesi l’unico punto di riferimento veritativo. /.../ Invece la regola suprema della fede /.../ è unità tra la Sacra Scrittura, la Tradizione e il Magistero della Chiesa (Dei Verbum, 8-10; n. 55). Il fideismo spinge inevitabilmente al fondamentalismo: viene disprezzata ogni riflessione, ogni ragione, sul tipo dell’anti-intellettualismo luterano. Si sente dire: "Obbedisci, non devi ragionare" Una buona spiegazione sul biblicismo si trova nel Documento della Congregazione per l'Educazione cattolica -"Lo studio dei Padri della Chiesa nella formazione sacerdotale" al N°8.
"Un catechismo deve presentare con fedeltà ed in modo organico l'INSEGNAMENTO della SACRA SCRITTURA, della TRADIZIONE VIVENTE della CHIESA e del MAGISTERO AUTENTICO, come pure L'EREDITÀ SPIRITUALE DEI PADRI, DEI SANTI e DELLE SANTE DELLA CHIESA, per permettere di conoscere meglio il mistero cristiano e di ravvivare la fede del popolo di Dio" (Catechismo della Chiesa Cattolica, Costituzione Apostolica "Fidei Depositum", Libreria Editrice Vaticana,1992, pag. 12). "... colui che diventa discepolo di Cristo ha il diritto di ricevere la "parola della fede "non mutilata, non falsificata, non diminuita, ma completa ed integrale, in tutto il suo rigore ed in tutto il suo vigore" (Catechesi tradendae, nn. 29-30). "... è sommamente importante che tutti questi canali catechetici convergano VERAMENTE verso la stessa confessione di fede, verso una stessa appartenenza alla chiesa, verso impegni nella società che siano vissuti nello stesso spirito evangelico (Ef. 4,5)" (n° 67).
Una catechesi centrata solo sulla Bibbia, si presta a manipolazioni Il solo Bibbia è sempre stato l'errore gravissimo di tutte le sette, di tutti i tempi; dire "solo Bibbia" ha sempre significato farsi strumentalizzare dal falso profeta di turno che - immancabilmente - ha interpretato arbitrariamente la Bibbia e si è presentato come il nuovo salvatore. "È necessario verificare la propria fede con quella della Chiesa. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, mediato dall'azione lungimirante dei vostri Vescovi, è un riferimento sicuro nell'annuncio della fede". (Osservatore Romano, 22/11/ 1992 - pag. 6 - N°3).
in data 1 marzo 1989, ha emanato queste norme e indicazioni pastorali:
La catechesi. Ogni parrocchia abbia il suo piano catechistico valido per tutti i fedeli, compresi i neo-catecumeni. Esso costituisca la catechesi ordinaria e comune in linea con il progetto e i sussidi dell’episcopato italiano, non si identifichi con la proposta neocatecumenale, distinguendosi dalla stessa nei contenuti e nelle forme, e come tale sia svolto per l’intera comunità parrocchiale. Ciò va tenuto sempre presente, a cominciare dall’annuncio pubblico del programma catechistico globale, che viene dato in ogni parrocchia all’inizio dell’anno pastorale.
La liturgia. La S. Messa prefestiva e festiva è, di natura sua, per tutti e deve essere aperta a tutti. La concessione della stessa a favore di gruppi e di occasioni particolari (associazioni e movimenti, ritiri e convivenze, ecc.) è regolata dalle leggi liturgiche, che vanno fedelmente rispettate anche per quanto riguarda il rito, le binazioni e la sua celebrazione in luogo sacro (cfr. Eucharisticum mysterium, n. 27 e n. 30; Actio pastoralis). Si concede la facoltà di celebrare separatamente una sola S. Messa prefestiva per parrocchia e limitatamente ai primi due anni del cammino. La veglia pasquale deve essere unica in ciascuna parrocchia. Stile e tempo della celebrazione siano tali da non provocare insofferenze o estraniazioni. Nella preparazione come nell’animazione del rito venga coinvolta tutta la parrocchia, singoli cristiani e gruppi ecclesiali, sotto la guida del parroco.
I presbiteri. I sacerdoti, soprattutto i parroci, inseriti tra i neo-catecumenali, non si impegnino esclusivamente né preferenzialmente per il cammino, in modo da essere o anche solo apparire "preti neo-catecumenali". Il pastore d’anime è di tutti e per tutti. E tale deve risultare il suo servizio di annunciatore della parola di Dio, di dispensatore dei sacri misteri e di guida responsabile della vita comunitaria. Abbia a cuore, accolga e promuova una pluralità di forme associative /.../ Inoltre il rapporto ministeriale tra presbiteri e catechisti si attui nel rispetto dei reciproci ruoli.
Il seminario e le vocazioni sacerdotali. I candidati al sacerdozio, provenienti dall’esperienza neo-catecumenale, entrando in seminario esprimono il desiderio e l’intendimento di diventare sacerdoti diocesani per una totale dedizione alla chiesa locale. Senza rinnegare la matrice in cui si è manifestata la loro vocazione, fanno proprio il progetto formativo del seminario; si affidano sinceramente ai superiori e docenti nominati dal vescovo e si preparano al ministero in diocesi alla pari di tutti gli altri allievi. Il seminario è diocesano".
(N.d.R. = I neo-catecumeni aspiranti al sacerdozio sono mandati tutti nei "Redemptoris Mater" dove il progetto formativo è neocatecumenale. In questi seminari i candidati sono obbligati a seguire il cammino presso una parrocchia dove debbono obbedire ai propri catechisti = N.d.R.)
in una lettera inviata ai sacerdoti della diocesi di Firenze, in data 25 marzo 1995, tra l’altro fa rilevare: "/.../ Bisogna attendere un eventuale richiesto discernimento da parte della sede apostolica su alcune questioni che riguardano la catechesi e la liturgia, il ruolo del sacerdote, la conclusione del cammino neocatecumenale.
*) Il sacerdote parroco è responsabile in modo diretto - dinanzi a Dio, alla sua coscienza e alla Chiesa - di tutti i fedeli di quella determinata comunità parrocchiale. /.../ Non può scegliere un unico modo di evangelizzare, ma deve esaminare ogni cosa e tenere ciò che è buono (1 Ts 5,21). Eviterà così il rischio di imporre a tutti, di fatto, un determinato modo o metodo per seguire la strada del Vangelo. /.../ All’interno di una comunità parrocchiale vi possono essere molteplici forme ed esperienze di vita cristiana, ma nessuna può essere proposta come assoluta o esclusiva. Non vi può essere una parrocchia solo neocatecumenale, come non vi può essere una parrocchia solo carismatica, o solo "cursiglista", o solo focolarina, o solo francescana, o solo carmelitana. Il cammino neocatecumenale è "un" itinerario di formazione, non il solo. /.../ Quali sono i punti di frizione? /.../
a) Uno dei punti più discussi è certamente la messa festiva, che nel cammino neocatecumenale è celebrata il sabato sera, normalmente comunità per comunità. Emerge chiaramente il contrasto tra questa norma del cammino neocatecumenale e recenti documenti del Magistero (Eucharisticum mysterium, nn. 26-27; Eucaristia, comunione e comunità, nn. 71 e 81; Il giorno del Signore, n. 10), tutti tendenti ad eliminare il più possibile i frazionamenti del popolo di Dio nel giorno del Signore. Particolarmente per quanto riguarda la Veglia pasquale, la Congregazione per il culto divino, il 16 gennaio 1988, raccomandava "la partecipazione dei gruppi particolari alla celebrazione della Veglia pasquale, in cui tutti i fedeli riuniti insieme possano sperimentare in modo più profondo il senso di appartenenza alla stessa comunità ecclesiale" (n. 94; EV 11/105). /.../
b) L’avvio del cammino neocatecumenale in una parrocchia o anche l’annuncio kerigmatico per aprire nuove comunità neocatecumenali, non avvenga senza una preventiva presentazione al Consiglio pastorale parrocchiale. Qualora il parere del Consiglio sia negativo o largamente contrario, il parroco non proceda senza aver previamente e tempestivamente consultato il vescovo.
c) La sensibilità pastorale del parroco lo guiderà nella scelta dei suoi collaboratori, in modo tale che la catechesi, l’animazione liturgica e altri servizi non siano affidati solo ai neocatecumenali; in modo tale che il consiglio pastorale rispecchi la comunità parrocchiale nella sua multiforme realtà e non ci sia una presenza soverchiante di membri del cammino, specialmente se provenienti da altre parrocchie. /.../ Una comunione più profonda tra i sacerdoti del presbiterio /.../ attenuerà il rischio che i neocatecumenali considerino la loro esperienza come l’unica strada per costruire la parrocchia e vivificare la chiesa e gli altri fedeli guardino al cammino come ad una chiesa diversa" (Regno-documenti, 15/95, p. 493).
"Sapere di ‘essere Chiesa’, poi, è ben diverso dal ritenere di "essere la Chiesa". Il mistero della Chiesa, infatti è qualcosa di ben più grande dei singoli cristiani e di ogni aggregazione. Esso è talmente ricco da esprimersi in forme molteplici e diverse senza che alcuna di queste, e neppure tutte insieme, possano esaurirlo"(n. 13). N.d.R. = Non solo, dunque, nessuna aggregazione ecclesiale da sola è la Chiesa, ma neanche tutti i gruppi insieme costituiscono ed esauriscono il mistero della Chiesa = N.d.R.
* Anche quando dovesse esserci il riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa, questo atto non significa identificazione tra l’aggregazione ecclesiale e la Chiesa, tra orientamenti e scelte inevitabilmente parziali e relativi e la pienezza della Chiesa. NOTA PASTORALE DELLA C.E.I, Criteri di ecclesialità dei gruppi, movimenti e associazioni. 22 maggio 1981. "Il riconoscimento è indubbiamente un atto ricco di valore ecclesiale, ma non è tale da comportare una sorta di "identificazione" tra l’aggregazione e la Chiesa, tra orientamenti e scelte inevitabilmente parziali e relative e la posizione della Gerarchia della Chiesa che esprime gli indirizzi della Chiesa in quanto tale. Ogni associazione riconosciuta coinvolge nelle proprie scelte se stessa, con i propri valori e i propri limiti, non certamente tutta la Chiesa" (n. 22).
in data 11 Agosto 1995, ha dettato ai parroci e ai presbiteri e ai catechisti delle comunità neocatecumenali, alcune norme di comportamento in merito al Cammino neocatecumenale. "Sentito il parere degli organismi di partecipazione diocesani e dei parroci e presbiteri del vostro Cammino, stabilisco quanto segue:
1) È consentita il Sabato sera un’unica celebrazione eucaristica per tutte le comunità neocatecumenali esistenti nel territorio della parrocchia. Il luogo della celebrazione della S. Messa, che è valida per il precetto festivo, sia di preferenza la chiesa parrocchiale. Durante la celebrazione, la chiesa resti aperta a chiunque voglia parteciparvi nei modi dovuti.
2) La celebrazione della veglia di Pasqua /.../ sia unica per tutti i fratelli del Cammino fino al secondo "passaggio" compreso, si celebri in un’unica chiesa da scegliere di anno in anno d’accordo con il vescovo e il parroco competente per territorio.
3) Nella celebrazione della veglia di Pasqua, fatta per i neocatecumeni, non si amministri il sacramento del battesimo. Il battesimo, nella veglia di Pasqua, potrà essere amministrato soltanto nella cattedrale e nelle chiese parrocchiali.
4) La veglia di Pentecoste verrà celebrata solo nella Cattedrale e non vi saranno battesimi. È questa la celebrazione nella quale con particolare solennità vogliamo manifestare l’unità di tutto il popolo di Dio intorno ai propri pastori.
Ho appreso con vera gioia che alcuni genitori appartenenti al Cammino impartiscono in famiglia il catechismo ai loro figli che si preparano ai sacramenti dell’iniziazione cristiana. Ciò è cosa ottima e doverosa. Li ringrazio per il buon esempio che danno. Li prego, tuttavia, di mandare i loro figli anche al catechismo che si tiene in parrocchia; la loro assenza impoverirebbe gli altri bambini e ragazzi e non favorirebbe l’inserimento di questi figli di genitori neocatecumenali nella più ampia comunità parrocchiale, forse con grave loro danno per il futuro.
6) Chiedo infine che tutti i "fratelli" si sentano in dovere di partecipare alle celebrazioni che rivestono particolare significato per tutta la diocesi" (Regno-documenti, 9/96, p. 299).
in data 22 febbraio 1996, pubblica un testo di riflessioni ed indicazioni, dal titolo "Cammino neocatecumenale. Diocesi e parrocchia". "/.../ L’assolutizzare la propria esperienza, comportando una lettura in chiave riduttiva del messaggio cristiano e il rifiuto di un sano pluralismo di forme associative, costituisce un reale impoverimento per tutti, comunità e singoli. /.../ Premesso che:
- il vescovo è il primo responsabile della vita e dell’azione pastorale nella chiesa particolare, ed è quindi riferimento obbligato per ogni scelta operativa che riguardi l’evangelizzazione, la liturgia e la testimonianza di carità; niente deve essere fatto all’insaputa del vescovo, tanto meno in difformità dalle scelte e dagli indirizzi da lui dati e consegnati nei piani pastorali diocesani;
- l’istituzione di realtà aggregative o nuove metodologie non si giustifica solo dalla sensibilità, dai gusti o dal bisogno di autorealizzazione o gratificazione dei singoli o dei gruppi, ma da vere e riconosciute esigenze pastorali;
- quando il Papa esprime sue positive valutazioni sul Cammino neocatecumenale, sempre rimanda alla responsabilità e alle indicazioni che i vescovi possono dare nelle loro diocesi. IL CAMMINO NON È LA CHIESA
*) Nella nostra diocesi palermitana: il presbitero (parroco o amministratore parrocchiale o rettore di una chiesa) o il laico promotore, che intenda costituire una qualsiasi aggregazione, compreso il Cammino neocatecumenale, o scegliere alcune di quelle esistenti, ne dia notizia scritta al vescovo, attendendone il parere e l’eventuale approvazione (CIC, can. 301).
Il presbitero, soprattutto se parroco, non si lasci assorbire totalmente dal Cammino o da altra aggregazione, specialmente nei giorni festivi, e sia presente in parrocchia, impegnato nella conduzione dell’intera pastorale e a servizio di tutta la comunità.
Emergano, in ogni caso, con chiarezza, il ruolo e la responsabilità sacramentale e ministeriale del presbitero - soprattutto se parroco - anche rispetto ai "catechisti", pur riconoscendo a questi responsabilità e ruolo formativo nei riguardi degli altri fratelli laici e delle comunità.
*) I "catechisti" (tanto quelli di cui al numero precedente, come anche quelli di "supporto" per la normale catechesi parrocchiale) siano presentati al Vescovo, perché egli possa accertarne: - la preparazione dottrinale e la formazione spirituale; - i contenuti che sono chiamati a trasmettere; - la conoscenza dei piani pastorali generali e di settore della diocesi. È dal vescovo infatti che essi devono ricevere il mandato di operare in nome della chiesa locale.
*) Riguardo ai "passaggi" che l’itinerario neocatecumenale comporta, non c’è dubbio che essi debbano essere condotti con la dovuta discrezione e con pieno rispetto delle persone e delle loro coscienze. Si tenga presente poi che essendo "il parroco pastore proprio della parrocchia nella quale esercita la cura pastorale sotto l’autorità del vescovo" (CIC, can. 519), non è da ritenere sempre necessaria la presenza di questi o del vicario alla celebrazione dei "passaggi". Sia essa preferibilmente richiesta nella formulazione delle iniziative del Cammino, specialmente per quanto attiene alla loro armonizzazione con i piani pastorali diocesani. Anche quando il Cammino ha sede in strutture non parrocchiali, è opportuno che mantenga rapporti con la parrocchia, anche attraverso una sua rappresentanza nel consiglio pastorale.
*) Nelle celebrazioni liturgiche la Parola - come lodevolmente avviene - sia posta al centro dell’assemblea, però sia diverso il luogo da cui vengono rivolte le monizioni, le introduzioni, l’animazione dei canti. Le monizioni, poi, non esorbitino per numero ed estensione. Le omelie non si riferiscano alla nuda Parola, ma tengano conto del vivo Magistero della Chiesa, degli approfondimenti teologici, del senso della fede del popolo cristiano, affrontando anche le problematiche più attuali della storia e della società in cui viviamo. Il Cammino, da solo, non è "la chiesa"; pertanto esso non si distacchi dalle liturgie eucaristiche comuni, partecipi alle più importanti celebrazioni diocesane presiedute dal vescovo, e si mantenga in cordiali rapporti con il resto del popolo di Dio presente nella parrocchia o nel luogo dove esso opera.
*) Le messe delle comunità neocatecumenali non siano celebrate di Domenica o nei giorni festivi, ma soltanto in quelli feriali, e non siano mai precluse agli altri fedeli. Per le modalità e il luogo di ogni celebrazione si osservino le norme liturgiche corrispondenti e si evitino eventuali singolarità non ammesse. Gli aderenti al Cammino, dopo la celebrazione in parrocchia dell’unica veglia pasquale, possono continuare a rimanere uniti in preghiera, letture e canti sino a notte prolungata o al mattino seguente.
*) Con particolare autorizzazione del vescovo si può permettere che in qualche chiesa non parrocchiale si celebri per gli aderenti al Cammino la prolungata veglia. Le stesse norme devono ritenersi valide per la veglia di Pentecoste" (Regno-documenti, 9/96, pp. 297-298).
Nota pastorale ai presbiteri, 1/12/1996. "La presenza del cammino neocatecumenale nelle nostre diocesi è contrassegnata da frutti positivi, ma anche da una serie di problemi./.../
Le linee formative del "Cammino" ed i sussidi utilizzati, procedono per vie autonome, senza riferimento ai piani pastorali della CEI e delle Diocesi. Si nota una certa difficoltà ad armonizzarsi con altre esperienze ecclesiali e forme associative.
ECCESSIVA UNIFORMITÀ, SPECIALMENTE LITURGICA All’interno delle comunità del "Cammino" c’è il rischio di una eccessiva uniformità, spinta a volte fino ai minimi particolari, specialmente nella Liturgia. La pedagogia dei segni è preziosa (cfr. Rinnovamento della catechesi, n. 175), però non si deve attribuire ad ogni dettaglio la medesima importanza ed invariabilità che può valere solo dei segni più essenziali e consacrati dalla tradizione.
UNIFORMITÀ NELLA CATECHESI E RISCHIO DI FONDAMENTALISMO Un rischio analogo va fronteggiato anche nella catechesi che, formandosi sulla "tradizione orale", finisce per cadere in una ripetizione stereotipa, trascurando le mediazioni indispensabili per incarnare il Vangelo in ogni situazione; nell’interpretazione dei testi biblici, a volte selezionati e interpretati univocamente e apoditticamente, cadendo in un certo fondamentalismo; nella rigida scansione delle varie tappe; nella proposta generalizzata di speciali scelte di vita.
LA CONDUZIONE DEI CATECHISTI LAICI CREA DIFFICOLTÀ AL RUOLO DEI PRESBITERI "Crea difficoltà, in riferimento al ruolo dei presbiteri, la conduzione delle comunità da parte dei catechisti laici"
/.../ È indispensabile che prima di avviare l’esperienza neocatecumenale venga acquisito non solo il consenso del vescovo e del parroco ma, previa adeguata informazione ed analisi della situazione, anche il parere del consiglio pastorale parrocchiale. /.../ Presbitero responsabile dev’essere, ordinariamente, il parroco o un sacerdote che presta servizio pastorale in quella parrocchia, scelto d’intesa col Vescovo.
/.../ La parrocchia deve rimanere la casa di tutti, non dev’essere egemonizzata da nessuna associazione, gruppo o movimento. Catechisti, animatori liturgici e altri ministeri, non devono essere scelti unilateralmente solo tra gli aderenti ad un gruppo particolare. Gli aderenti al "cammino" siano stimolati a non separarsi dagli altri fedeli, a saper usufruire di tutto quanto offre la parrocchia, e a dare ad essa il loro contributo attivo. In particolare, anche se si prendono cura essi stessi, encomiabilmente, della catechesi dei loro figli, non tralascino di inviarli ugualmente alla catechesi parrocchiale insieme a tutti gli altri bambini.
Nelle celebrazioni liturgiche possono avvalersi delle facoltà speciali ottenute dalla S. Sede (Notificazione del 19/12/1988), per il resto, sono tenuti a seguire le norme comuni. Ciò vale anche per il Sacramento della riconciliazione /.../ l’accusa dei peccati nella loro specificità deve rimanere riservata al sacerdote.
Gli aderenti al "cammino", come ogni altra comunità, devono valorizzare il "Catechismo della Chiesa Cattolica", il Documento-base "Il rinnovamento della catechesi" e i vari volumi del "Catechismo per la vita cristiana" della CEI.
IL DISCERNIMENTO DELLE VOCAZIONI /.../ Coloro che avvertono una vocazione speciale, operino il loro discernimento non solo all’interno del "cammino" ma attraverso il parroco e il vescovo, anche con la più vasta realtà della Chiesa particolare.
I RELIGIOSI SIANO FEDELI AL LORO CARISMA I religiosi non interpretino l’esperienza del "cammino" in maniera tale da compromettere la loro identità e il loro peculiare carisma, che resta la via maestra della loro santificazione (cfr. Vita consacrata, n. 56).
I catechisti itineranti laici, e i responsabili locali del "Cammino", nello svolgimento del loro ruolo, devono far riferimento ai ministri, vescovo, presbiteri e diaconi - e riconoscere in essi l’autorità propria dell’Ordine Sacro. /.../ I responsabili laici /.../ in occasione degli scrutini /.../ evitino tutto ciò che può dare l’idea di un procedimento inquisitorio. /.../ I presbiteri, anche in questa delicata materia, come in ogni altra occasione, conservino le loro responsabilità pastorali, senza lasciarsi ridurre ad un ruolo puramente funzionale di ministri dell’Eucaristia e dei Sacramenti. Il servizio a queste comunità non deve affievolire nel presbitero la sua disponibilità a rimanere l’uomo di tutti. Si eviteranno così anche difficoltà al momento dell’avvicendamento dei parroci. Il presbitero ha il diritto di inserirsi in un gruppo e di trarne profitto, ma questo diritto è subordinato al dovere di coltivare la sua identità, soprattutto all’interno del presbiterio diocesano (P.D.V., n. 68; Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, n. 29).
Per il "cammino neocatecumenale" tuttavia va precisato che il presbitero, per quanto anche lui bisognoso di conversione e di crescita spirituale, non può equipararsi ad un "non-iniziato"; egli pertanto potrà seguire le varie tappe dell’itinerario catecumenale, ma non ripercorrerlo egli stesso in tutto e per tutto, mettendo tra parentesi il ministero di pastore che già gli è stato conferito. /.../ È notata una tendenza a ridurre il presbitero ad un ruolo puramente funzionale.
/../ Gli aderenti al "cammino" hanno elaborato una forma celebrativa particolare più ampia, arricchita di ulteriori elementi, prolungata per l’intera notte fino all’alba e dichiarano che essa costituisce per loro un momento fondamentale, praticamente insostituibile. Questa esigenza entra in conflitto con l’altra non meno importante di non frazionare la comunità cristiana in gruppi separati, in eucaristie "parallele", proprio nella Pasqua (cfr. Lettera della Congregazione del Culto divino "Paschalis sollemnitatis" del 16/1/1988). Pertanto, in ogni Parrocchia, dopo aver celebrato una sola Veglia pasquale, i gruppi neocatecumenali (senza escludere altri fedeli eventualmente disponibili) potranno intrattenersi ancora fino all’alba, però senza ripetere nessuno dei quattro momenti liturgici essenziali previsti dal Messale Romano (la liturgia della luce, della parola, dell’acqua - con eventuali battesimi - e della eucaristia), ma solo aggiungendo altri elementi celebrativi e didattici, preghiere, canti, meditazione personale, scambio di esperienze, momenti di festa e di fraternità. Non, dunque, due veglie successive, ma dopo l’unica Veglia liturgica vera e propria, un prolungamento celebrativo.
Le comunità hanno una celebrazione della liturgia domenicale, ad esse riservata, più prolungata, nelle quali è facilita la condivisione della Parola. /.../ Esse celebrano questa eucaristia il Sabato pomeriggio./.../ L’eucaristia del Sabato pomeriggio è già da considerarsi a tutti gli effetti eucaristia domenicale (cfr. Il giorno del Signore, n. 34). Cade pertanto sotto la norma generale: "Le messe per gruppi particolari si celebrino di norma non di Domenica, ma per quanto possibile nei giorni feriali; in ogni caso le celebrazioni degli aderenti ai vari movimenti ecclesiali non siano tali da risultare precluse alla comunità" (ivi, n. 33; cfr. Eucharisticum mysterium, nn. 26-27; Eucaristia, comunione e comunità, n. 81). Pertanto non si ritiene opportuno, di norma, concedere questa celebrazione. Il vescovo, tuttavia, potrà concederla qualora, a suo prudente giudizio, essa risulti di giovamento spirituale ai gruppi neocatecumenali senza pregiudicare il bene comune di tutta la comunità parrocchiale".
Sulla veglia pasquale è intervenuto anche il Vescovo di Vicenza, Mons. Pietro Nonis, il quale, in una lettera scritta ai Parroci sul cammino neocatecumenale (18/12/1996), così ha disposto: "La celebrazione della veglia pasquale in parrocchia sarà unica e seguirà le norme liturgiche comuni. I membri del Cammino potranno poi prolungare la veglia sostando nella preghiera e nell’ascolto della Parola" (Regno-attualità, 2/97, p. 41).
nella Diocesi di Foggia-Bovino, del 26/2/1997. 1) La Veglia pasquale sia celebrata nella chiesa parrocchiale insieme a tutta la comunità da tutte le comunità neocatecumenali che vivono all’interno della medesima parrocchia, integrando in modo opportuno gli elementi tipici del "cammino" con le altre componenti parrocchiali.
3) Alle parrocchie dove il numero delle comunità non consente una partecipazione all’unica assemblea parrocchiale, viene rivolto l’invito a partecipare, con l’opportuno coinvolgimento nell’animazione, alla Veglia presieduta dall’Arcivescovo in Cattedrale nelle forme da stabilirsi.
4) Circa la forma "per immersione" del Battesimo, a norma della delibera della Conferenza Episcopale Italiana, essa deve essere concessa dal Vescovo diocesano, inoltrando richiesta formale e motivata all’Ufficio Liturgico Diocesano.
5) La Santa Messa festiva che le comunità neocatecumenali celebrano alla vigilia del giorno del Signore /.../ come momento di formazione dei lontani, venga celebrata solo dalle comunità giovani, fino alla tappa della "Redditio Symboli". Dopo i dieci anni di "cammino" la celebrazione dell’Eucaristia viene concessa dal Delegato dopo attenta valutazione. Successivamente viene concessa la facoltà di celebrare l’Eucaristia nella comunità solo in caso di "Convivenza" o in occasioni eccezionali su concessione del Delegato Episcopale. 6) Celebrino l’Eucaristia solo i presbiteri che ordinariamente hanno la cura pastorale delle parrocchie in cui è presente il cammino neocatecumenale.
Possono celebrare l’Eucaristia nelle comunità neocatecumenali anche i presbiteri che vivono appieno l’esperienza neocatecumenale e che non sono al servizio pastorale nella parrocchia in cui essi vivono l’esperienza di comunità. Essi devono essere presentati dal Parroco che ne richiede il servizio al Delegato. L’Ordinario diocesano conferirà loro l’incarico di "presbitero" della specifica comunità neocatecumenale. /.../
9) Le "équipe" di catechisti che svolgono il loro servizio nella nostra diocesi devono essere presentate annualmente al Vescovo tramite il Delegato Episcopale, insieme al calendario delle catechesi di inizio cammino e delle tappe intermedie.
10) Il calendario dell’ascolto dei fratelli in occasione degli "scrutini" deve essere reso noto al Vescovo, tramite Delegato, perché possa parteciparvi personalmente o tramite Delegato.
11) Le parrocchie che chiedono di iniziare l’esperienza del cammino neocatecumenale devono farne richiesta al Delegato Episcopale, che provvederà a verificare l’esistenza delle garanzie richieste dalla Nota della Conferenza Episcopale Pugliese e ad autorizzare per iscritto l’apertura del "cammino".
Come si può constatare c’è una convergenza di indicazioni sugli aspetti che costituiscono un serio problema.
ABUSI LITURGICI NEOCATECUMENALI
1) Frazionamento del popolo di Dio nel Giorno del Signore; mancano di confluire tutti insieme la Domenica nell'assemblea parrocchiale; viene rotta, così l'unità della comunità cristiana e il "segno" di questa unità; celebrano la "loro" eucaristia a parte rispetto alla comunità parrocchiale, e se nella stessa parrocchia ci sono più comunità N.C., celebrano più Eucaristie contemporanee in stanze attigue. L'Eucaristia da segno di unità diviene - così - segno di divisione. Strano per un gruppo che si preoccupa tanto dei segni!
2) La Settimana Santa tutte le funzioni - alternative - vengono svolte nel loro gruppo, senza partecipare a quelle che si svolgono in Parrocchia. Il Giovedì santo viene fatta la lavanda dei piedi ma senza celebrare la S. Messa; il Sabato santo fanno la Veglia pasquale a parte. - In una parrocchia di Napoli dopo aver celebrato la veglia pasquale in Parrocchia (Pasqua 1992), il gruppo neocatecumenale, ha preparato in una stanza parrocchiale una tavola imbandita con gli elementi della cena ebraica (erbe amare, pane azzimo, l'agnello cotto, l'immancabile candelabro a sette bracci, ecc.); non si sa, se ciò è comune a tutte le comunità, se si tratta di iniziative locali, oppure se è l'inizio di una nuova tradizione.
3) Durante la celebrazione della S. Messa vengono tolti il "Gloria" e il "Credo"; è soppressa per sempre la processione offertoriale - che invece la riforma liturgica del Concilio ha ripristinato e valorizzato; ci sono omissioni di parti del Messale previste per la celebrazione.
4) Manipolazione dello spazio dell'omelia, riservato al sacerdote. Dopo il Vangelo il sacerdote si siede e nell’assemblea ognuno può dire ciò che ha suscitato in lui l’ascolto delle letture: questa "innovazione" si chiama "risonanza". Le persone pensano di parlare sotto ispirazione divina mentre esternano le loro opinioni personali. Al termine il Sacerdote - brevemente - fa una specie di colletta delle opinioni ascoltate o "esterna" pure lui, ma sempre brevemente. Può capitare (ed è capitato) che "sotto ispirazione" si siano espressi degli errori e siccome vige la disposizione che nessuno deve correggerli, quegli errori rischiano di passare nel.... Credo. Che necessità c'è di esporre la Parola di Dio a questi rischi e la celebrazione dell’Eucaristia a questi esperimenti?
È chiaro che se l’Eucaristia viene vista ed è ridotta innanzitutto ad "un momento di formazione" (anche per il sacerdote), è normale che la "risonanza", in buona parte, prenda il posto dell’omelia. Gli altri significati dell’Eucaristia, passano al secondo posto!!!
Queste esternazioni sul Vangelo si potrebbero fare prima della Messa, in un eventuale preparazione di preghiera alla Messa, come avviene in altri gruppi; oppure in un luogo "a parte": ma perché, invece, proprio al momento dell'omelia che è riservata al Sacerdote?
Nella lettera scritta ai Parroci sul cammino neocatecumenale (in data 18/12/1996) il vescovo di Vicenza Mons. Pietro Nonis, sulla questione dell’Eucaristia, all’interno di altre disposizioni ha anche indicato una possibile soluzione: "Se le comunità neocatecumenali intendono celebrare l’eucaristia nei giorni festivi (compresa la sera della vigilia) dispongo che tale celebrazione sia unica per tutte le comunità della parrocchia, sia celebrata nella chiesa parrocchiale e sia aperta a chi intende parteciparvi con le dovute disposizioni.
Nel rispetto dell’unità e dell’ordine della celebrazione, ritengo possibile prevedere in via sperimentale un momento distinto di comunicazione e di risonanza per le singole comunità, dopo la partecipazione unitaria alla liturgia della Parola, omelia compresa, e prima di continuare insieme la liturgia eucaristica.
Così pure la celebrazione della veglia pasquale in parrocchia sarà unica e seguirà le norme liturgiche comuni. I membri del Cammino potranno poi prolungare la veglia sostando nella preghiera e nell’ascolto della Parola" (Regno-attualità, 2/97, p. 41).
5) Il pane azzimo usato richiede molta accortezza: possono cadere briciole che, se non sono raccolte, vengono calpestate determinando così incredibili profanazioni eucaristiche.
I Neocatecumenali - come gruppo - inoltre, mai organizzano adorazioni eucaristiche a causa di un'unica frase banale, aberrante e faziosa usata da Kiko in una delle pagine "ispirate" del cosiddetto catechismo segreto (pag. 329): "Io sempre dico ai Sacramentini, che hanno costruito un tabernacolo immenso: se Gesù Cristo avesse voluto l'Eucaristia per stare lì, si sarebbe fatto presente in una pietra che non va a male"). Si noti che è bastato questo solo riferimento per cancellare da tutto il gruppo un elemento di altissimo valore spirituale: è la prova che il testo è osservato alla "lettera".
7) Esiste il divieto di partecipare alla celebrazione eucaristica, dopo il precatecumenato, a chiunque non è neocatecumenale! È una precisa disposizione di Kiko: "Alla comunità possono partecipare solo quelli che hanno scritto il loro nome sul libro della vita. /.../ Ma non si inviti nessuno ad assistere alla comunità. Se qualcuno che conoscete vi chiede di partecipare ad una celebrazione, mandatelo ad una comunità che sia ancora nel precatecumenato" (Orientamenti alle équipes di catechisti per la convivenza della rinnovazione del primo scrutinio battesimale, pp. 159-160).
La Commissione Liturgica Regionale della Conferenza Episcopale della Basilicata, ha emanato, in data 29 gennaio 1998, le seguenti disposizioni a tutti gli aderenti al Cammino neocatecumenale: 1) Le celebrazioni del Triduo pasquale si svolgano, anche nelle comunità neocatecumenali, secondo quanto è prescritto nel Messale Romano, insieme a tutta la comunità parrocchiale, negli orari più idonei a favorire la partecipazione di tutti i fedeli, evitando inopportune moltiplicazioni di celebrazioni.
2) Per quanto attiene alla Veglia pasquale i Vescovi dispongono che venga celebrata una sola Veglia pasquale in ogni parrocchia, durante la notte, alla quale partecipano anche le comunità neocatecumenali, le quali: * sono chiamate a cogliere il significato della celebrazione, con la successione delle sue parti e la piena e ordinata valorizzazione dei grandi segni che la compongono: la liturgia della luce, quella della Parola (con la proclamazione di tutte le letture e degli altri elementi in cui esse si articolano: canto del salmo e preghiera); quella battesimale (possibilmente con il conferimento di battesimi); quella eucaristica infine (offrendo a tutti la possibilità di partecipare al Corpo e Sangue del Signore); * sono invitate a tener conto del tempo e del ritmo di una celebrazione "in crescendo" che non può essere rallentata e compromessa nel suo dinamismo da "inclusioni" di vario genere (interventi e preghiere non previsti dal rito, ecc.); * sono sollecitate a non predisporre un’altra celebrazione dopo lo svolgimento della Liturgia della grande Veglia, solo per attendere l’alba perché questo finirebbe per sminuire il valore sacramentale e pedagogico della Veglia stessa, così come è proposta nel Messale" (Avvenire, Domenica 1 marzo 1998).
I neocatecumenali spesso "sbandierano" che tutto quello che fanno è approvato dalla Chiesa e, anzi, dal Papa stesso: vediamo quali sono le uniche vere approvazioni ricevute.
- Notificazione sulle celebrazioni nei gruppi del "Cammino neo-catecumenale".
1. Le celebrazioni di gruppi particolari riuniti per una specifica formazione loro propria sono previste nelle Istruzioni "Eucharisticum mysterium" del 25 maggio 1967, n. 27-30 (AAS 59, 1967, 556.557) e "Actio pastoralis", del 15 maggio 1969 (AAS 61, 1969, 806-811).
2. La Congregazione consente che tra gli adattamenti previsti dalla Istruzione "Actio pastoralis", nn. 6-11, i gruppi del menzionato "cammino" possano ricevere 1) la comunione sotto le due specie, sempre con pane azzimo 2) e spostare, "ad experimentum", il rito della pace dopo la preghiera universale.
3. L'Ordinario del luogo dovrà essere informato abitualmente, o "ad casum", del posto e del tempo in cui tali celebrazioni si svolgeranno; esse non potranno essere fatte senza la sua autorizzazione. Dalla Sede della Congregazione per il Culto divino e per la Disciplina dei Sacramenti, 19 dicembre 1988. (Osservatore Romano - 24 dicembre 1988 - pag. 2).
- Sacra Congregazione per il Culto divino - 15 Maggio 1969 - (AAS 61 (1969), 806-811) (Notitiae 6 (1970), 50 -55)
Introduzione - La cura pastorale si dirige però anche a gruppi particolari, non già allo scopo di alimentare la tendenza alla separazione, alle chiesuole, al privilegio, ma per andare incontro a speciali bisogni o per approfondire e intensificare la vita cristiana. /.../ Se questi gruppi sono bene guidati e illuminati, non solo non sono di ostacolo all'unità della parrocchia, ma giovano anzi alla sua azione missionaria, a riavvicinare alcuni fedeli, ad approfondire la formazione di altri.
6 d) Tenuto conto di quanto è prescritto nelle lettere f) e h) che seguono ed eccettuati gli interventi dell'eventuale commentatore, ai fedeli non è consentito d'intervenire, durante la celebrazione, con considerazioni, esortazioni e simili.
6 f) Le letture che precedono il Vangelo potranno essere lette da qualcuno dei partecipanti (uomo o donna); il vangelo, invece, deve essere proclamato dal sacerdote, o eventualmente da un diacono.
6 g) Nell'omelia, il sacerdote ricordi il carattere particolare della celebrazione e i suoi legami con la Chiesa locale e universale.
4. La facoltà di concedere che la celebrazione eucaristica per gruppi particolari si svolga fuori del luogo sacro è riservata all'ordinario del luogo e, per le case che dipendono da lui, all'ordinario religioso.
9. Si avrà l'avvertenza di non introdurre nelle celebrazioni fatte in chiesa per tutta la comunità dei fedeli, gli adattamenti permessi soltanto per questi casi particolari.
10 a) Salvo casi particolari, la facoltà di cui al n.4 non venga concessa per le domeniche e le feste di precetto; l'assemblea liturgica parrocchiale non deve essere privata del ministero dei sacerdoti e della partecipazione dei fedeli: ne soffrirebbe la vita e la coesione della comunità stessa.
10 e) Il tempo della celebrazione non sia la notte inoltrata.
11 a) I testi da usarsi nella messa siano tolti dal messale o dai supplementi approvati. Fatta eccezione di quanto si è detto al n.6 e), è riprovato come arbitrario qualsiasi cambiamento.
11 b) La suppellettile dell'altare, i vasi e gli indumenti sacri, devono essere, nel numero, nella forma e nella qualità, quelli conformi alla legislazione vigente (I.G.M.R. n.268-270; n.290-296; n.297-310).
Sempre a proposito delle diversità liturgiche delle comunità neocatecumenali la Diocesi di Orvieto - Todi in data 17 giugno 1989 pubblica un decreto: CELEBRAZIONI EUCARISTICHE NELLE COMUNITÀ NEOCATECUMENALI.
Ecco il testo (Prot. 156/89 C.V. Todi): Concediamo le seguenti facoltà nella celebrazione della SS. Eucaristia: Uso del pane azzimo al posto delle ostie tradizionali;
Facoltà di ricevere la comunione sotto le due specie e facoltà di ricevere in mano il pane consacrato; la distribuzione del pane e del vino consacrati dovrà essere fatta da un presbitero, o da un diacono, o da un accolito o da un ministro straordinario della SS. Eucaristia, regolarmente autorizzato dal Vescovo; (N.d.R. = Quasi sempre il presbitero è aiutato a distribuire il pane e il vino dai responsabili delle comunità = N.d.R.)
Facoltà di eseguire il gesto di pace subito dopo la Preghiera universale. Le celebrazioni eucaristiche per le comunità neocatecumenali sono autorizzate tutti i giorni, eccetto i prefestivi ed i festivi; è ammessa la celebrazione nei giorni prefestivi nei primi quattro anni di cammino (secondo quanto disposto dall'Episcopato Umbro) ed in occasione di "convivenze".
L'omelia è riservata al Presbitero o al Diacono" (segue firma del Vescovo e del Cancelliere). "L'omelia deve essere sempre accuratamente preparata, sostanziosa e appropriata, e riservata ai ministri ordinati". (Catechesi tradendae, n° 48) cioè è riservata al sacerdote o al Diacono.
La "sbandierata" lettera del 30 Agosto 1990 che i neocatecumenali brandiscono come se fosse il placet per tutto quello che fanno - pur non essendo priva di significato NON È ANCORA IL RICONOSCIMENTO GIURIDICO e inoltre sempre essi la diffondono senza la nota che la Segreteria di Stato, d'accordo col Santo Padre, ha fatto pubblicare sugli Acta Apostolicae Sedis (3 dicembre del 1990) e che ridimensiona molti entusiasmi. A tuttora, questo gruppo non ha ancora uno Statuto approvato.
ALCUNE INDICAZIONI DEL PAPA GIOVANNI PAOLO II AI
"IL VOSTRO ITINERARIO DI FEDE E IL VOSTRO APOSTOLATO SIANO SEMPRE INSERITI NELLA PARROCCHIA E NELLA DIOCESI". /.../ Seguire i metodi, le indicazioni, gli itinerari, i testi offerti dagli Episcopati, come pure esercitare il ministero della catechesi nella comunione e nella disciplina ecclesiale /.../ La vostra disponibilità si deve manifestare nella continua meditazione e nel religioso ascolto della SACRA TRADIZIONE e della SACRA SCRITTURA (Dei Verbum, n. 10). Ne consegue l'esigenza di un costante e serio lavoro di approfondimento personale e comunitario della Parola di Dio e dell'insegnamento del Magistero della Chiesa, anche mediante la partecipazione a seri corsi biblici e teologici... Da Cristo Parola a Cristo Eucaristia, perché IL SACRIFICIO EUCARISTICO è la fonte, il centro ed il culmine di tutta la vita cristiana. Celebrate l'Eucaristia e, soprattutto, la Pasqua, con vera pietà, con grande dignità, con amore per i riti liturgici della Chiesa, con esatta osservanza delle norme stabilite dalla competente autorità, con volontà di comunione con tutti i fratelli /.../ Il ministero della riconciliazione... è affidato a voi, Sacerdoti. Siatene ministri sempre degni, pronti, zelanti, disponibili, pazienti, sereni, attenendovi con fedele diligenza alle norme stabilite in materia dall'Autorità ecclesiastica /.../ in piena adesione al ministero e alla disciplina della Chiesa, con la confessione individuale, come ripetutamente raccomanda il nuovo Codice di Diritto Canonico... Non chiudetevi in voi stessi, isolandovi dalla vita della Comunità parrocchiale o diocesana, /.../ Il diritto della Chiesa è un mezzo, un ausilio e anche un presidio per mantenersi in comunione col Signore. Pertanto le norme giuridiche, come anche quelle liturgiche, vanno osservate senza negligenze e senza omissioni". (Osservatore Romano - 11 febbraio 1983 - pag. 1-2; n.1-2-4-5).
Vi invito a rimeditare, il decreto Presbyterorum Ordinis" /.../ In questo cammino l'opera dei sacerdoti rimane fondamentale. Di qui la necessità che sia ben chiara la posizione CHE A VOI SPETTA COME GUIDE DELLE COMUNITÀ, affinché la vostra azione sia in sintonia con le reali esigenze della pastorale. La prima esigenza che vi s'impone è di saper mantenere fede, all'interno delle comunità, ALLA VOSTRA IDENTITÀ SACERDOTALE /.../
Il ministro sacro quindi dovrà essere accolto non solo come fratello che condivide il cammino della Comunità stessa, ma soprattutto come colui che, agendo "in persona Christi", porta in sé la responsabilità insostituibile di Maestro, Santificatore e Guida delle anime, responsabilità a cui non può in nessun modo rinunciare. I laici devono potere cogliere queste realtà dal comportamento responsabile che voi mantenete. Sarebbe una illusione credere di servire il Vangelo, diluendo il vostro carisma IN UN FALSO SENSO DI UMILTÀ O IN UNA MALINTESA MANIFESTAZIONE DI FRATERNITÀ.
/.../ "NON LASCIATEVI INGANNARE! La Chiesa vi vuole SACERDOTI, e i laici che incontrate VI VOGLIONO SACERDOTI E NIENTE ALTRO CHE SACERDOTI. La confusione dei carismi impoverisce la Chiesa, non la arricchisce" (Discorso del 13 dicembre 1979, n° 4 - Insegnamenti II/2 (1979), pag. 1391). Nella Chiesa è diritto e dovere del Vescovo dare le direttive per l'attività pastorale (cfr. Can. 381 ss), e tutti hanno l'obbligo di conformarsi a quelle direttive pastorali.
/.../ SIA BEN CHIARO che la comunità non può collocarsi nello stesso piano della comunità parrocchiale COME POSSIBILE ALTERNATIVA. Al contrario ha il dovere di servire alla parrocchia e alla Chiesa particolare. E a partire precisamente da questo servizio, prestato all'insieme parrocchiale diocesano, SI EVIDENZIERÀ LA VALIDITÀ DELL'ESPERIENZA rispettiva dentro i Movimenti o Associazioni" (Discorso del 20 ottobre 1984, n° 7 - Osservatore Romano, edizione in lingua spagnola, pag. 841)... "I sacerdoti sono destinati non solo ad un gruppo particolare, ma al servizio di tutta la Chiesa (cfr. P.O.,10).
/.../ Il compito riservato ai sacerdoti nel seno delle comunità è la vigilanza sulla rettitudine di comportamento, tanto nelle idee, come nelle attività" (Osservatore Romano - 11 dicembre 1985 - pag. 5 - n° 2-3-4-5). (N.d.R. = In troppi ambienti questo compito del sacerdote è scambiato per... clericalismo! = N.d.R.)
Sul giusto rapporto tra chiesa e gruppi si legga la Nota Pastorale della Conferenza Episcopale Italiana - CRITERI DI ECCLESIALITÀ DEI GRUPPI, MOVIMENTI e ASSOCIAZIONI - 22 maggio 1981 - n° 22 a. Si legga anche la Nota pastorale della C.E.I. - LE AGGREGAZIONI LAICALI NELLA CHIESA - 29 aprile 1993, n° 13 e n° 34).
Riprendiamo ora e concludiamo i punti più significativi del rapporto del Vescovo ausiliare di Brescia sulle comunità neocatecumenali.
A) LUOGHI DI CULTO: Gli stravolgimenti della struttura della Chiesa non tengono conto delle norme liturgiche e costituiscono un fatto per molti aspetti antipastorale. Dove tradizionalmente sta l'altare viene sistemato l'ambone, la bocca, per la proclamazione della Parola. Un poco più in basso l'altare, la mensa per il nutrimento, lo stomaco. Al centro della Chiesa il battistero che richiama l'immagine dell'utero, per la nascita.
B) MINISTERI: "I ministeri laicali presenti nelle comunità neocatecumenali offuscano il ministero presbiterale ed ancora più il ministero episcopale. Non è chiaro il rapporto tra catechista e presbitero. Ci si domanda: 1) CHI FORMA I CATECHISTI? 2) CON QUALE CRITERIO VENGONO SCELTI DALLA COMUNITÀ E CON QUALE GARANZIA?
(N.d.R. — Ma ci si deve anche domandare: Su quali contenuti catechetici si formano questi catechisti? Essi non usano né si basano sui Catechismi approvati dalla Chiesa. Nel cammino, infatti, tutta la formazione consiste nell’imparare a memoria il testo e la filosofia di Kiko. C’è un danno provocato dall’edificazione di una chiesa parallela, dove Kiko è il vero "papa" e i catechisti-laici sono i Vescovi-presbiteri di una struttura parallela. È notorio, inoltre, che nei movimenti, non solo quello neocatecumenale dunque, il "fondatore fa parte dell’annuncio evangelico stesso e che il gruppo diventa esso stesso fede e chiesa" spesso trasformandosi da mezzo in fine! — N.d.R.).
C) INSERIMENTO NELLA COMUNITÀ PARROCCHIALE E DIOCESANA: Questi gruppi battezzano i bambini solo per immersione. Il cammino neocatecumenale non prevede il riferimento ai catechismi della C.E.I. e il Vescovo è posto nella condizione di sottoscrivere in bianco tutto quanto viene proposto e compiuto da queste comunità, secondo un progetto che egli non conosce e che fa riferimento unicamente ai loro fondatori e alla loro équipe. Il cammino neocatecumenale procedendo verso uno schema rigido, crea il senso di separazione e di setta, anche perché i membri confondono la comunità neocatecumenale come se fosse la vera comunità ecclesiale".
(N.d.R. = Il gruppo, inoltre, sequestra completamente, anche culturalmente, la persona che deve limitarsi solo all’insegnamento del gruppo e riferirsi solo alle sue guide. Così accade spesso che le persone vengano scoraggiate dalla lettura dei grandi maestri spirituali e della vita e degli insegnamenti dei Santi e delle Sante della Chiesa. C’è una paura ossessiva dei libri e spesso il desiderio di approfondire la fede con buone letture viene condannato dal catechista come "idolatria del sapere", come stolto intellettualismo. È veramente ridicolo pensare che il desiderio di leggere le "Confessioni" di San Agostino, o l’opera di qualche altro Padre o Dottore della Chiesa, sia da rubricare sotto la voce "idolatria del sapere"! = N.d.R.). ANALISI DEL TESTO USATO PER LE CATECHESI
Il testo è costituito di 373 pagine; cercherò di riassumere i temi-guida e le indicazioni che sono ripetute in modo "martellante".
1) Errata concezione della storia della Chiesa
2) Kiko per accreditare solo le sue comunità neocatecumenali fa una lettura negativa e catastrofica di tutto il passato della Chiesa, gettando tutto nella spazzatura e salvando solo, per motivi strumentali, i primi tre secoli della Chiesa. Questa mitizzazione dei primi tre secoli - dice il Möhler nella sua opera " l'Unità nella Chiesa" - era una deviazione del cattolicesimo illuminista. Alcune sètte hanno questo schema: alla vera chiesa iniziale ha fatto seguito un black-out e dopo un lungo periodo di tenebre è riapparsa la vera chiesa grazie al fondatore della sètta, che così finisce per essere il vero messia, oppure un altro messia. Anche per Kiko dal 3° secolo fino al Concilio Vaticano II c'è stato un black-out, una frattura, e solo dopo il Concilio (ma in pratica solo con le comunità neocatecumenali perché lui pensa che sono le sole che hanno portato il Concilio nelle parrocchie) è riapparsa la vera Chiesa di Gesù Cristo! Su questo punto, cioè su questa errata impostazione della Storia della Chiesa, lo schema mentale adottato da Kiko è a "immagine e somiglianza" di quello adottato da Hans Kung, il teologo sospeso dal suo insegnamento. Nelle comunità neocatecumenali c'è un clima di esclusivismo a causa anche di questa presentazione distorta della storia della Chiesa.
3) Nel testo si ripetono spesso frasi tipo: "...Gesù Cristo non si è più visto da nessuna parte..." (pag.43); "il cristianesimo non si vede da nessuna parte" (pag. 52); "Questa crisi di fede /.../ Consiste nel fatto che non abbiamo mai visto i segni della fede" (pag. 72).
4) Sia Kiko che Carmen ripetono in modo martellante, che per 1700 anni c'è stata solo religiosità naturale, che fino ad ora non si è capito niente della vera fede e del vero cristianesimo, e questa comprensione invece è diventata completa e definitiva - ora - nelle comunità neocatecumenali.
5) Kiko e Carmen manipolano la Storia della Chiesa e la strumentalizzano per accreditare loro stessi e le loro comunità. La presentazione della storia della salvezza è faziosa ed arbitraria ed è alla radice del comportamento "settario" di queste comunità.
Ecco la tesi aberrante ripetuta per due volte durante il testo: "La storia della salvezza comincia con Abramo nel 1800 e tanti. Poi nel 1250 si calcola che venga Mosè e l'Esodo. Poi Davide nel 1000. Dopo Davide si separano il regno del Nord (Israele) ed il regno del Sud (Giuda). Entrambi i regni vanno in esilio i primi con Sargon II, i secondi con Nabucodonosor. Poi ritornano dall'esilio... Esdra e Neemia ricostruiscono il giudaismo... Poi c'è Gesù Cristo... poi nel 3° secolo Costantino si converte... con Costantino si apre come una parentesi che giunge fino ai nostri giorni" (pag. 58-59-6O). "Per prima cosa fate una panoramica della storia della salvezza con questo disegno (ripete il disegno fatto a pag. 58)... Abramo intorno al 1850; Mosè intorno al 1250... Davide il 1000... poi Israele di divide in due regni... poi l'esilio... poi il ritorno... Esdra e Neemia fanno la ricostruzione del giudaismo... Nell'anno zero appare Gesù Cristo e poi le comunità cristiane. Nel 314 si converte Costantino. Nel 1962 ha luogo il Concilio Vaticano II" (pag. 247-248)
C’è negli insegnamenti di Kiko una frattura con la storia della Chiesa e disprezzo per tutto il suo passato che crea esclusivismi esagerati e disprezzo per forme valide di spiritualità raccomandate dal Magistero e anche un rifiuto degli insegnamenti autentici che vengono dai grandi maestri spirituali. * Commento: Con atteggiamento settario si getta nella spazzatura e si disprezzano i fiumi di santità che sempre dalla Chiesa si sono irradiati e l'immenso bene operato da generazioni di santi, di grandi missionari, ecc.
L'epoca dei Padri che va da S. Agostino a S. Giovanni Damasceno con i grandi testimoni e difensori della fede autentica, con i grandi Concili e le controversie dottrinali sulla fede che hanno precisato e approfondito il "depositum fidei"; l'esplosione di luce e di vitalità costituita dal monachesimo; S. Benedetto e tutta l'influenza altamente positiva della sua regola e della sua spiritualità che per secoli è stata scuola di vera civiltà; i bagliori e l'altezza spirituale di un S. Francesco d'Assisi e di un S. Domenico che hanno illuminato per secoli, giungendo fino a noi, la vita di centinaia di generazioni invitandole ad una vera, autentica e "zampillante" fede evangelica.
S. Tommaso d'Aquino e la sua poderosa sintesi teologica, così importante nella formazione sacerdotale che il Concilio VATICANO II ha ribadito che la Chiesa vuole che si approfondiscano i misteri della salvezza, avendo S. Tommaso come maestro (O.T. 16 c); i riformatori del Carmelo: i due dottori della Chiesa S. Teresa d'Avila e S. Giovanni della Croce, così importanti nella formazione spirituale di un incalcolabile numero di "assetati di Dio";
S. Ignazio di Loyola e tutta l'immensa e vasta opera che i gesuiti hanno svolto in tutto il mondo;
S. Giuseppe Calasanzio e tutto l'immenso bene fatto nell'educazione dei fanciulli del popolo;
S. Vincenzo de Paoli e l'opera, da tutti riconosciuta altamente meritoria, di soccorso ai poveri e quella altrettanto stimata delle Figlie della Carità da lui fondate;
S. Paolo della Croce col suo servizio ai poveri e agli ammalati, la sua altissima spiritualità mistica e l'intensa attività apostolica svolta dai Passionisti da lui fondati;
S. Alfonso Maria dei Liguori, gigante dello spirito e maestro di vera morale, e l'instancabile opera da lui compiuta - e dai suoi Redentoristi - per promuovere tra il popolo la vita cristiana; e così via fino ai grandi santi che hanno preceduto il Vaticano II: S. Giovanni Bosco e la preziosa opera di educazione della gioventù svolta da lui e dai suoi salesiani, S. Giuseppe Cottolengo, il Cafasso, Don Orione e tutti i santi-laici che il Papa Giovanni Paolo II ha beatificato o canonizzato: tutti costoro, secondo Kiko, non avrebbero capito niente del messaggio evangelico; tutti prima di lui, per quasi 1700 anni, hanno vissuto solo di religiosità naturale, una specie di paganesimo pratico, una sorta di pelagianesimo o di semipelagianesimo, in cui la Chiesa sarebbe caduta fino a quando non è "sbucata" la vera Chiesa di Cristo, che "sussiste" nelle comunità neocatecumenali.
Kiko, di fatto, si autopresenta come il vero riformatore di una Chiesa che ha sempre sbagliato e che avrebbe in lui il nuovo "profeta" che la riporta alle origini dopo quasi 1700 anni di scomparsa della vera fede! Già i Vescovi del Portorico in una dichiarazione della loro Conferenza Episcopale (1977) precisarono: "Le manifestazioni dello Spirito Santo sono state abbondanti e varie anche in tutte le epoche della Chiesa: dall'intimità nascosta di una S. Teresa di Lisieux, chiusa volontariamente nel suo monastero, all'affascinante esuberanza di un S. Vincenzo Ferreri, la cui parola di fuoco lasciò dietro di sé una scia di miracoli e di prodigi... Dobbiamo dire che ci sono stati in tutte le epoche grandi "carismatici" nella Chiesa... possiamo pensare espressamente a persone come S. Francesco d'Assisi, S. Francesco Saverio, S. Caterina da Siena, S. Teresa di Gesù, S. Martino de Porres e la nostra S. Rosa da Lima, il Curato d'Ars, S. Giovanni Bosco e moltissimi altri. Una forma nuova e particolare dell'elemento "carismatico" nella Chiesa si può vedere anche nelle grandi apparizioni degli ultimi secoli, che hanno commosso la Chiesa per il bene delle anime: le apparizioni del Sacro Cuore a S. Margherita Maria, e quelle della Medaglia miracolosa a S. Caterina Labouré, quelle di Lourdes e di Fatima, per ricordarne solo alcune... Tale rinnovamento c'è sempre stato e sempre ci sarà nella Chiesa...". (Domenico Grasso - Vescovi e Rinnovamento Carismatico - Ed. Paoline, 1980 - pag. 177-179).
Questo atteggiamento di critica e di disprezzo verso il passato e di esaltazione del presente e del nuovo, è il ritorno della mentalità illuminista antistorica. In questo atteggiamento anche Kiko e i neocatecumenali hanno "reso culto agli idoli dei popoli vicini" (Dt 6,14) - come Kiko dice, però a proposito della Chiesa, a pag. 70 del testo-base "ispirato". È evidente, invece, che la Chiesa ha avuto una pioggia di santi in ogni epoca e che ogni epoca ha "luci ed ombre", per cui né il passato, né il presente, né il futuro possono essere demonizzati.
Anche a livello teologico questa falsa mentalità ha cercato di introdurre una frattura, una netta contrapposizione tra chiesa post-conciliare e chiesa pre-conciliare, viste in alternativa: come due chiese opposte e irriducibili (Mons. Philippe Delhaye - segretario della Commissione teologica Internazionale chiama METACONCILIO tutte quelle tesi false fatte dire al Concilio, ma che il Concilio non ha mai dette!! cfr. CRIS - documenti - Roma 1980 - n°43).
Il Cardinale Joseph RATZINGER, a proposito di questo grave errore ha detto: "Bisogna decisamente opporsi a questo schematismo di un PRIMA e un DOPO nella storia della Chiesa, del tutto ingiustificato dagli stessi documenti del Vaticano II, che non fanno che riaffermare la continuità del cattolicesimo. NON C'È UNA CHIESA "PRE" O "POST" CONCILIARE: C'È UNA SOLA ED UNICA CHIESA CHE CAMMINA VERSO IL SIGNORE, approfondendo sempre di più e capendo sempre meglio il bagaglio di fede che EGLI STESSO LE HA AFFIDATO. IN QUESTA STORIA NON CI SONO SALTI, NON CI SONO FRATTURE, NON C'È SOLUZIONE DI CONTINUITÀ. Il Concilio non intendeva affatto introdurre una divisione del tempo della Chiesa" (Rapporto sulla fede, Ed. Paoline, 1985, pag. 33).
Il "padre" di questa mentalità di frattura, di questa "schizofrenia" intellettualoide, per cui prima "nessuno ha capito niente" e ora "si è capito tutto", è quel Martin Lutero che J. Maritain nella sua opera - I tre riformatori - definisce come il prototipo dell'uomo moderno.
"Il nostro Vangelo - dice Lutero nella sua opera originale - ha prodotto grazie a Dio, molte e grandi cose. Perché PRIMA NESSUNO sapeva che cos'è il Vangelo, quello che è Cristo, cos'è il Battesimo, la confessione, il sacramento, la fede, lo spirito, la carne, le buone opere, i dieci comandamenti, il padre nostro; quello che è la preghiera, la sofferenza, la consolazione; cos'è l'autorità civile, il matrimonio; quello che sono i padri, i figli, i signori, i servi; quello che è la donna, la fanciulla, il demonio, gli angeli, il mondo, la vita, la morte, il peccato, il diritto, il perdono dei peccati; quello che è Dio; cosa sono il Vescovo, il parroco, la Chiesa; cos'è un cristiano, cos'è la croce. Insomma nulla sapevamo di quanto un cristiano deve sapere. TUTTO ERA OSCURATO E OPPRESSO DAGLI ASINI DEL PAPA". (Ammonizione ai miei cari tedeschi (1531) in WEIMARER AUSGABE (Weimar 1883 ss.) - 30,3 - pag. 317).
Lutero /.../ riconosceva, umilmente, i doni straordinari con cui il Signore lo aveva arricchito per una così alta missione profetica: "Da MILLE ANNI, A NESSUN VESCOVO DIO HA CONCESSO DONI COSÌ GRANDI COME A ME" diceva confidenzialmente ai suoi amici..." (Tischreden - 5494,V,189). (Ricardo Garcia-Villoslada: Martin Lutero - Il frate assetato di Dio - Vol. 1 - Istituto Propaganda Libraria - Milano 1985 - pag. 41-42).
Contro una tale muraglia di ostinatezza non è servito nemmeno il salutare dubbio che egli stesso confessa nella sua opera: "Pensi che tutti i maestri del passato non lo sapessero? Tutti i nostri padri sarebbero stati degli sciocchi? Tu solo sei stato ispirato dallo Spirito Santo in questi ultimi tempi? Dio avrebbe lasciato errare il suo popolo per tanti anni? /.../ Quante volte il mio cuore ha palpitato, mi ha punito e rimproverato con il suo unico, fortissimo argomento: Tu solo sei saggio? Tutti gli altri sbaglierebbero e avrebbero sbagliato per tanto tempo?
E se tu sbagli e trascini tanta gente nell’errore, quanti saranno dannati in eterno?".
* Commento: L'appartenenza a questo o quel gruppo o movimento deve essere inteso come la partecipazione ad una corrente di spiritualità che è un mezzo per vivere meglio l'unica fede cattolica; se invece l'appartenenza a questo o quel gruppo o movimento da mezzo, quale deve essere, si trasforma in fine, diviene un IDOLO INGOMBRANTE che tutto divora e tutto strumentalizza alla sua vita effimera.
3) Falso e indebito ruolo che Kiko e i catechisti si attribuiscono
Kiko ha di fatto creato una struttura parallela nella quale vengono usurpati i ruoli magisteriali e pastorali dei sacerdoti e del Vescovo; pag. 30: "È, l'apostolo, il catechista, colui che ti conduce nel catecumenato, colui che deve vigilare sul cammino; (pag. 148). "Gli Apostoli, come noi, chiamano all'ascolto..."; pag. 216: "La Parola di Dio... ha una sola interpretazione che dà la Chiesa e che oggi io vi dirò in nome della Chiesa, perché io sono qui a parlare in nome del Vescovo"; pag. 220: "NOI VI CONSEGNEREMO LO SPIRITO SANTO".
L’identificazione dei catechisti neocatecumenali con gli Apostoli si evidenzia anche dal fatto che si autoattribuiscono anche i poteri degli Apostoli. Pag. 23: "Quando al Vingone (Firenze) vedemmo che non accettava la nostra predicazione ARRIVAMMO A PENSARE CHE AVEVAMO BISOGNO CHE IL SIGNORE CI FACESSE FARE MIRACOLI. Lì c'era un paralitico ed eravamo pronti a dirgli: in nome di Gesù Cristo, io ti dico: alzati perché tutti costoro restino confusi... E così avremmo fatto... Gesù ha dato potere agli Apostoli per guarire gli infermi. Ma il miracolo fisico non fu necessario perché... un piccolo gruppo credette alla nostra parola".
La stessa idea è ribadita negli "Orientamenti alle équipes di catechisti per la convivenza della rinnovazione del primo scrutinio battesimale" (1986):
"E se qui ci fosse bisogno di guarire ammalati per confermarvi nella potenza di Gesù Cristo, noi li guariremmo" (p. 49). Lo stesso Kiko, poi, con la disinvoltura di chi "cuce e scuce" come gli pare, negli "Orientamenti alle équipes di catechisti per la iniziazione alla preghiera", afferma, contraddicendo se stesso, che invece fare un miracolo solo perché la gente non crede, è una tentazione!!!
/.../ È come se io vado a Parigi o non so dove, vado lì e non mi ascoltano; alla fine dico al Signore: "Bene, Signore, fai un miracoletto perché non mi stanno ascoltando, un miracolo grosso che li lasci a bocca aperta e non gli rimanga altro che credere. È la stessa tentazione che aveva Israele nel deserto; ad un certo momento non sopporta assolutamente più di camminare; obbligarono Dio a fare miracoli, tentando Dio" (p. 211).
L’indebito ruolo dei catechisti emerge anche in catechesi successive: "Oggi la Chiesa, il Corpo di Gesù Cristo, è rappresentata in noi catechisti; con noi viene Gesù Cristo risuscitato. Allora attraverso di noi vi parla e vi interpreta questa Parola" (Orientamenti alle équipes di catechisti per la iniziazione alla preghiera, 1981, p. 18). Se qualcuno avesse ancora dubbi basterebbe leggere le affermazioni incredibili, su questo punto, riportate negli "Orientamenti alle equipes di catechisti per la convivenza della rinnovazione del primo scrutinio battesimale" (1986) in cui spiegando il passo del giovane ricco che chiama Gesù "maestro buono", Kiko afferma:
"Gesù spiega al giovane: "se mi chiami buono e io ti dico che soltanto Dio è buono, stai parlando allora con Dio stesso: Io sono Dio. /.../ per tanto attento, perché colui che risponde alla tua domanda è Dio. Se riconosci in me Dio io risponderò alla tua domanda. /.../ Ancora di più: se voi non riconoscete in noi catechisti Gesù Cristo, Dio, questo che stiamo facendo qui è un teatrino" (pp. 102-103).
Il catechista laico è ritenuto il vero ed esclusivo distributore delle verità e dei carismi. I catechisti laici (Kiko ha, di fatto, divinizzato il "laico") sono coloro a cui spetta l'ultima parola nell'assemblea; sono gli autentici interpreti della Parola di Dio, al di sopra di qualsiasi sacerdote anche presente; sono i giudici assoluti, venerati, ubbiditi, rispettati come autentici portatori delle decisioni dello Spirito Santo e considerati come "organi" dello Spirito Santo. Nel gruppo ha una venerazione superiore ai presbiteri, ridotti soltanto a "soprammobili liturgici", a semplici amministratori dell'Eucaristia e del sacramento della penitenza. Al sacerdote sono lasciate le funzioni liturgiche, ma non è lui la guida della comunità, non è lui che fa catechesi in prima persona: le catechesi sono tenute quasi completamente da catechisti laici e questi catechisti laici non ricevono una formazione permanente dal sacerdote che non è il catechista dei catechisti e non è maestro ed educatore della fede (Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, n. 47). A pag. 371-372 è detto esplicitamente: "Il grande pericolo delle comunità è che i preti le ammazzano senza volere. In questo cammino la comunità avrà un responsabile laico. Il sacerdote presiede le assemblee. Il responsabile laico, con una équipe che lo aiuta, è il legame della comunità con l'équipe dei catechisti".
* Commento: Idolatria del catechista: Nei gruppi neocatecumenali si insegna e si convincono le persone che il catechista è "sempre e solo ispirato", per cui deve essere obbedito sempre e in modo cieco. Ora è evidente che in questo errore si manifesta una ciclopica ignoranza sul carisma della profezia. Il profeta non è sempre ispirato (cfr. 2 Sam 7, 1-7). Solo Gesù, ogni volta che parla, comunica sempre e solo parola di Dio. Attribuire le stesse caratteristiche ad un catechista significa far cadere le persone nell’idolatria.
4) Falsa e indebita identificazione tra Chiesa e Cammino Neocatecumenale Pag. 28-29: "Se uno di voi sta dando un segno contro la comunità, sappia che sta distruggendo la Chiesa"; pag. 32-33: "Che cosa sarà questo cammino catecumenale? Uno sviluppare questo Battesimo, un cammino... dove LA CHIESA vi gesterà...". Pag. 34: "LA COMUNITÀ È IL SEGNO EFFICACE, il SACRAMENTO..."; pag. 34-35: "Ma oggi: dov'è lo Spirito di Cristo risorto? Allora come giungere a che si dia visibilmente? per mezzo di un catecumenato; questo è quello che vogliamo fare nella parrocchia"; pag. 269-27O: "...questa Parola dovete riceverla dalla CHIESA... deve essere spezzata per voi, come un pane, dalla CHIESA./.../ La CHIESA, durante questo catecumenato vi darà lo spirito di Gesù".
Dopo aver identificato la CHIESA e il cammino neocatecumenale Kiko e Carmen giungono a manipolare la Chiesa per piegarla ai propri gusti; ad es. a pag. 325: "La CHIESA ha posto l'Eucaristia il sabato sera perché è molto più segno. Il sabato ha molto più senso festivo, la domenica (sic!) la festa è già finita".
E poi si spingono a pag. 313 a manipolare anche la Chiesa "primitiva": "La Chiesa primitiva /.../ si riuniva il sabato notte... per celebrare l'Eucaristia". pag. 362: "...dove si dà la fede? IN UN CATECUMENATO. /.../ la CHIESA si accinge a gestare in voi la fede...". * Commento: Il Papa Paolo VI a proposito della Chiesa diceva: "La Chiesa è la continuazione di Cristo nella storia" (9-11-66), "la continuità di Cristo nel tempo" (12-8-70).
Per questo appare logico che: non è la Chiesa Cattolica che deve essere confrontata, misurata e "tagliata" dai vari gruppi e movimenti oppure ricostruita a seconda dei gusti dei vari gruppi e movimenti, ma sono i vari gruppi e movimenti che devono essere confrontati e misurati dalla Chiesa Cattolica per verificare se ad essa sono omogenei.
Non è la Madre (la Chiesa) che deve essere confrontata, misurata e regolata dai figli, ma sono i figli (gruppi, movimenti, associazioni) che devono essere confrontati, regolati e misurati a partire dalla Madre!
* Commento: Nella Nota pastorale della C.E.I. su "CRITERI DI ECCLESIALITÀ DEI GRUPPI, MOVIMENTI e ASSOCIAZIONI" (22 maggio 1981) è detto, infatti: "Il riconoscimento... non è tale da comportare una sorta di "identificazione" tra l'aggregazione e la Chiesa, tra orientamenti e scelte inevitabilmente parziali e relative e la posizione della Gerarchia ecclesiastica in quanto tale. Ogni associazione riconosciuta coinvolge nelle proprie scelte se stessa, con i propri valori e i propri LIMITI, NON CERTAMENTE TUTTA LA CHIESA" (n° 22 a; cfr. Nota pastorale C.E.I., Le aggregazioni laicali nella Chiesa, n° 13 e n° 34).
5) Concezione luterana del peccato e dell’atteggiamento dell’uomo di fronte al peccato
* "Tu sei schiavo del male: sei schiavo del maligno e obbedisci alle sue concupiscenze e ai suoi comandi" (p. 129)
* "Il cristianesimo dice un’altra cosa. Dio ha rivelato la realtà dell’uomo così: l’uomo non può fare il bene perché si è separato da dio, perché ha peccato ed è rimasto radicalmente impotente e incapace in balia dei demoni. È rimasto schiavo del maligno. Il maligno è il suo signore. /.../ Tutto va molto bene, ma appena ti scontri con un evento di morte e ti ribelli, non ce la fai, affondi e servi il demonio. Non puoi camminare sulla morte, non puoi passare la barriere, perché sei schiavo del maligno che ti manipola come vuole, perché è molto più potente di te. Non puoi compiere la legge, perché la legge ti dice di amare, di non resistere al male, ma tu non puoi: tu fai quello che vuole il maligno (p. 130).
* "Non serve dire: sacrificatevi, vogliatevi bene, amatevi. E se qualcuno ci prova si convertirà nel più grande fariseo, perché farà tutto per la sua perfezione personale" (p. 136).
* "L’uomo non può fare di più perché è profondamente tarato. È carnale. Non può fare a meno di rubare, di litigare, d’essere geloso, di invidiare, ecc. Non può fare altrimenti e non ne ha colpa" (p. 138).
* "Nessuno fa niente in questo mondo se Dio non lo aiuta. Non è il senso stoico, che sempre insegna che bisogna fare rinunce per soffrire di meno. Pensate che la Spagna è un paese stoico dove prevale il sacrificio, la rassegnazione, l’austerità, la povertà... Ci fu un tempo in cui si credeva che per essere virtuoso era necessario sacrificarsi molto facendo piccoli atti per esercitare la volontà (mi tolgo ora questa sigaretta, domani...). Oggi questo non si accetta più. È stato per altre epoche" (Orientamenti alle équipes di catechisti per lo Shemà, pp. 97-98).
(N.d.R. = La spiritualità di S. Teresina del Bambin Gesù, proclamata dottore della Chiesa, con le sue piccole penitenze che mortificavano la volontà e l’amor proprio, secondo Kiko, dunque, sarebbe solo una spiritualità per altre epoche, sarebbe (secondo il suo vocabolario) religiosità naturale, sarebbe una falsa spiritualità. Doroteo di Gaza, grande maestro della spiritualità del deserto, nella sua opera "Scritti e insegnamenti spirituali", ha un intero capitolo dedicato alla rinuncia (Ed. Paoline, 1980, pp. 63-81) e all’interno di questo un bel paragrafo dedicato alla grande efficacia spirituale che ha lo spezzare la nostra volontà (pp. 76-77). = N.d.R.)
"L’uomo che pecca vive nella morte. Ma non perché lui sia cattivo, perché vuol fare del male. Perché questo è religiosità naturale, che crede che la vita è una prova, che tu puoi peccare oppure no. No, no, l’uomo pecca perché non può fare altro, perché è schiavo del peccato" (p. 93).
È gravissima questa affermazione secondo la quale l’uomo non può non peccare. Viene negata la libertà e la responsabilità dell’uomo nel peccato. Kiko, poi, per rafforzare, la sua tesi sbagliata, afferma che credere che l’uomo sia libero di peccare oppure no, sarebbe religiosità naturale! La vera posizione cattolica in merito alla libertà dell’uomo (cfr. C.C.C., nn. 1730-1748; n. 1859-1860) viene invece rubricata sotto la voce "religiosità naturale", cioè sotto la voce falso cristianesimo!
"Quando un uomo è stato gestato passo a passo e gli è stato dato lo Spirito Santo, e gli è stata data una nuova creazione, peccare veramente, odiare l’altro, assassinare, è difficilissimo. Dice la teologia antica che per poter fare questo bisognava commettere prima molti peccati, perché se realmente dentro di te c’è lo Spirito di Dio, come potrai desiderare di fare del male, peccare? Veramente non ti riuscirà. Per questo dice: che nessuno si inganni: quello che pecca è il demonio. Quindi, se qualcuno pecca è perché il demonio è in lui" (p. 14).
(N.d.R. = Questo concetto che il peccato è solo opera del demonio in noi assomiglia agli errori quietistici di Michele Molinos, già condannati a suo tempo (cfr. Dz n. 2241; n. 2244; n. 2247-2248) = N.d.R.) "Noi dobbiamo scoprire attraverso questo cammino /.../ che il peccato originale non è una macchietta giuridica con la quale noi nascevamo e che va via col Battesimo e siamo puri e immacolati per sempre.
Il peccato originale è qualche cosa di molto diverso e questo concetto un po' strano nasce con Sant’Agostino ed è un modo di vedere il problema in una forma molto povera.
Il peccato originale è una realtà che ci circonda, che è quella che ha condizionato i nostri genitori, che ci ha gestato veramente in questa realtà. Se non fosse così allora il Battesimo sarebbe magico, cioè senza aver capito nulla ci viene data di punto in bianco una nuova realtà che ci dà una nuova natura. Non è vero questo" (p. 42).
"I Padri della Chiesa diranno: non è che le persone fossero cattive, sono i demoni che nelle persone agiscono attraverso i peccati capitali, come l’invidia, come il senso del potere; noi ci lasciamo trascinare da questi desideri, da questi istinti di rivincita che abbiamo sempre dentro.
/.../ Riconosciamo che questi spiriti vengono e ci attorniano, stanno nella nostra famiglia, stanno nel lavoro, stanno nei fratelli, stanno fuori di noi e dentro di noi. /.../ Bisogna combattere, perché siamo nella tentazione, siamo liberi e siamo provocati costantemente. Noi siamo liberi.
/.../ Perché c’è una libertà nell’uomo, c’è una libertà. È vero che l’uomo in questa libertà è schiavo, è sopraffatto, è invischiato in tantissimi problemi, però c’è una zona di Lui dove Dio gli parla" (pp. 226-229).
In tutte queste affermazioni c’è la negazione della libertà e della responsabilità dell’uomo che pecca: l’uomo non potrebbe non fare il male e quando lo fa non ne ha colpa!! L’uomo, dunque, è schiavo e irresponsabile.
* Commento: LA CATECHESI DELLA CHIESA SUL PECCATO L’uomo è libero: "Nessuno può costringermi a peccare, se io non lo voglio". Il peccato originale non ha distrutto completamente la libertà dell’uomo, l’ha solo ferita (cfr. G.E., 10; D.H. 1-2, 5, 7; G.S. 4,6,9, 13,17,31,37,39,68,74-75; cfr. C.C.C., nn. 400,405,407,409,1008).
L’uomo è libero (C.C.C., nn. 1730-1732; 1734, 1739, 1761) e il suo peccato, dunque, gli è imputabile (C.C.C., nn. 397, 406-407, 1732, 1736, 1739, 1853, 1868-1869). Sui temi della libertà e responsabilità, della moralità degli atti umani, della coscienza, delle virtù e del peccato si legga C.C.C., nn. 1700-1876 Kiko fa una lettura fondamentalista del Cap. 7 della lettera ai Romani: questo capitolo va letto in stretto rapporto col Cap. 8 della stessa lettera e con tutta la rivelazione biblica.
Per questi motivi i catechisti neocatecumenali ripetono spesso che "le opere non servono, le opere sono inutili", senza spiegare il vero rapporto fede-carità (cfr. Gc 2,14-26) e senza neanche capire la differenza tra moralità e moralismo.
LA PENITENZA NEL NUOVO TESTAMENTO Gesù, prima di iniziare la sua missione, va nel deserto dove digiuna per quaranta giorni e quaranta notti (Mt 4,1-2). Sono molti i passi del NT dove si parla della penitenza, del suo valore e della sua necessità (Lc 13,2-5. 24; Mc 1,15; Rom 2,4; 8,13; 6,11-14; 13,12-14; Lc 3,8; 5,35; Mc 8,34-35; Lc 9,23-25; 14,27.33; 17,31-33; 18,22.28-29; Gv 12,24-26; At 13,3; 14,23; Mt 5,29-30; 10,37-39; 11,21; 16,24-26; 18,8; 19.21.27.29; 2 Pt 3,9; Col 3,5; 1 Cor 7,29-31; 9,24-27; Tt 2,12; Mt 7,14; Mc 10,21.28; (Fil 3,8).
NECESSITÀ DEL COMBATTIMENTO SPIRITUALE Per l’uomo ferito, non distrutto, dal peccato originale c’è la necessità del combattimento spirituale Esso è indicato e registrato dal Concilio Vaticano II: "Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; /.../ Inserito in questa battaglia, l’uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l’aiuto della grazia di Dio" (Gaudium et Spes, n. 36 b). Il Catechismo della Chiesa Cattolica ha ribadito in più punti la necessità del combattimento spirituale e il suo fondamento (cfr. C.C.C., n. 405; n. 978; n. 1264; n. 2015; n. 162; n. 409; n. 921; n. 1426; n. 2516; n. 2520; n. 2573; n. 2612; nn. 2725-2730; n. 2805; n. 2819; 2846).
Bisogna evitare: 1) sia il pelagianesimo: la presuntuosa pretesa di riuscire solo con i propri sforzi, solo con i propri muscoli, senza la grazia di Dio, a mettere in pratica la parola di Dio; 2) sia l’errore sulla non cooperazione dell’uomo alla grazia della dottrina luterana secondo la quale l’uomo, distrutto dal peccato originale, pecca sempre e in ogni cosa perché non può fare altro che peccare: dunque bisognerebbe puntare solo sulla fiducia in Dio, senza nessun combattimento spirituale.
Nella prospettiva di Lutero l’uomo non può fare a meno di rubare, di litigare, di essere geloso, di invidiare, di bestemmiare, di fornicare, ecc. Non può fare altrimenti e quando lo fa non ne ha colpa, non è responsabile, non è colpevole del male che fa e se cerca di compiere opere buone si trasforma solo nel più grande fariseo. Con questa dottrina, dunque, i santi si capovolgono nei più grandi farisei. Ecco perché egli parlava solo di "salvezza", mai di divinizzazione dell’uomo: perché questa possibilità, nella sua prospettiva, era completamente negata.
Sul tema della divinizzazione dell’uomo, dell’abitazione dello Spirito Santo in noi, del merito e della santificazione, si legga il C.C.C., nn. 1987-2029. Gesù è il nostro modello (cfr. C.C.C., nn. 459,520,562,618), nel senso che una volta ricevuta la grazia di Dio, lo Spirito Santo illumina la mente e irrobustisce la volontà dell’uomo perché egli possa imitare, nella sua vita, il Maestro.
BISOGNA DISTINGUERE BENE TRA MORALITÀ E MORALISMO. Si ha moralismo solo quando c’è presunzione di poter osservare la legge morale solo con le sole proprie forze, solo con i propri muscoli. In una giusta prospettiva spirituale si tratta, dunque, non di eliminare le opere, ma di non farle con un atteggiamento di presunzione in loro stesse o nelle proprie forze. Con la grazia di Dio, invece, e sotto l’azione della grazia di Dio, possiamo rinnegare l’uomo vecchio (Rom 8,13; Tt 2,12; Ef 4,20-24; Col 2,5-10) e quando l’abbiamo fatto siamo "servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevano fare" (Lc 17,10). Infatti, dice Gesù: "Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi" (Gv 14,12). Lo stesso Kiko parla di moralità, come di vita che scaturisce dal credere in Dio (cfr. "Orientamenti alle équipes di catechisti per la iniziazione alla preghiera", p. 153).
In definitiva: bisogna riconoscersi peccatori, ma secondo un sano senso del peccato rispettoso degli insegnamenti della vera fede, non ricorrendo a menzogne teologiche per terrorizzare la gente.
Conclusione: nelle catechesi neocatecumenali è spesso ripetuto di evitare il pelagianesimo, il voler fare con i propri muscoli, ma poi, di fatto, quando si entra nel cammino la persona è pressata a mettere in pratica la parola in un tempo prestabilito e deciso dai catechisti, senza troppo rispetto per i tempi di maturazione e per i limiti delle persone. E così rientra dalla finestra quel moralismo che si è scacciato dalla porta!
"Durante il periodo del precatecumenato noi non siamo entrati nella vostra vita. Qui può venire un ateo o qualsiasi altro. Durante questo tempo noi non abbiamo detto nulla circa il sesso, il lavoro... uno ha un’amica, un altro ruba, un altro uccise o lasciò uccidere.... nulla! Non ci siamo messi per niente nella vostra vita /.../ Abbiamo chiesto soltanto una cosa: venire ad ascoltare la Parola di Dio una volta la settimana e celebrare l’Eucaristia. Ognuno ha continuato a fare ciò che voleva: quello che era nell’Azione Cattolica ha continuato ad esserlo, quello che era della Messa quotidiana continua, ecc." (p. 96).
Questo insegnamento significa che uno che ruba, uno che ha ucciso, l’ateo, rimanendo in queste condizioni, può venire una volta alla settimana, celebrare l’Eucaristia e fare la comunione?
È evidente e stridente la difformità di questi falsi insegnamenti di Kiko, con l’insegnamento della Chiesa.
6) Abuso e manipolazione faziosa della religiosità naturale e del sacerdozio ministeriale
Prima di Kiko tutti avevano solo una religiosità naturale: solo nelle comunità neocatecumenali c'è la vera fede. (pag. 27).
Per Kiko, che ne parla sempre con disprezzo, la "religiosità naturale" è sempre "paganesimo", superstizione, infantilismo spirituale. Per Kiko è religiosità naturale, quindi paganesimo, "nei momenti di malattia e di necessità chiedere aiuto a Dio" (1° Scrutinio battesimale, p. 40). Alzarsi al mattino e ringraziare Dio per il nuovo giorno, offrire a Lui le proprie opere, chiedere a Dio di proteggere la propria giornata (1 Scrutinio battesimale, p. 42) portare con sé l’immagine di S. Antonio (1° Scrutinio battesimale, p. 41) erigere altari, templi, mettere dei sacerdoti (Orientamenti per la fase di conversione, pp. 55-56) soffrire in questa vita per avere la ricompensa nell’altra vita; pensare che questa vita è una prova per poi ricevere un premio nell’altra vita; (1° Scrutinio battesimale, pp. 43-44) offrire a Dio la propria vita (1° Scrutinio battesimale, p. 45) il ringraziamento dopo la comunione (Orientamenti per la fase di conversione, p. 330), le genuflessioni (p. 331) la devozione al Sacro Cuore (p. 115 e p. 139). Kiko, inoltre, non avendo conoscenze di storia delle religioni, pensa che nel offrire qualcosa a Dio sia motivato solo dal desiderio di "tenerlo buono" di "propiziarsi la sua benevolenza", di frenare la sua ira, ecc. Kiko ignora che l’uomo ha cercato il rapporto con Dio non solo per vincere le sue insicurezze (psicologismo) ma anche perché sentiva di dipendere profondamente da Dio: le offerte e i sacrifici erano espressione di questa dipendenza, erano i modi per esprimerla e riconoscerla. Quando Abele offre i primogeniti del suo gregge a Dio, un’offerta che Dio gradisce (Gen 4,4) quell’offerta è il riconoscimento che Dio è l’Assoluto nella vita dell’uomo: offrire a Dio le primizie, le cose migliori, significa riconoscere che Dio merita il primo posto nella vita dell’uomo, che Dio è la Persona più importante. Offrire a Dio qualcosa è, quindi, innanzitutto un atto di amore ed una espressione che Dio è veramente il Signore della nostra vita. Inoltre Kiko, come avviene nella mentalità protestante, opera una differenza tra religione e fede che è completamente estranea alla rivelazione biblica.
Kiko da pag. 53 a pag. 75 spiega cos'è la religiosità naturale. Pagina 39 di 1. 53: "Una cosa è la religiosità naturale e la religione ed un'altra è la fede... pag. 54: "Di fronte ai fenomeni naturali... l'uomo ha bisogno di porsi al riparo...; allora cercherà in qualsiasi modo di offrire dei servizi all'autore di tutte queste cose perché‚ non gli siano contrarie".
Pag. 55: "...l'uomo ha fatto un tempio, ha creato un altare, ha posto un sacerdote... l'uomo quando ha scoperto questo essere superiore ha bisogno di renderselo propizio. Appare la religione... l'uomo erige un altare... lì porta focacce e le brucia; porta animali e li sacrifica... Dio in cambio gli darà abbondanza di tutte le cose... Sono rudimenti di religiosità naturale...
Dato che va molta gente al tempio, occorre qualcuno che attenda al tempio. Così vengono posti alcuni sacerdoti... Nel cristianesimo non c'è tempio, né altare, né sacerdoti nel senso della religiosità naturale... non c'è altare nel senso di pietra sacra cui nessuno si può avvicinare, né tanto meno toccare. Di questo, quelli di voi che avete vissuto il cristianesimo a livello di religiosità naturale, avete una piccola esperienza: quando andavate a Messa, vi mettevate dietro, e se ti capitava di essere vicino al tabernacolo sentivi un tuffo al cuore perché ti avvicinavi all'intoccabile, al luogo dove c'era il sacro... Per Kiko è religiosità naturale il fatto che la "gente nei momenti della malattia e della necessità chiedono a Dio forza, che li aiuti(Primo scrutinio, p. 40).
È religiosità naturale "portare con sé l’immagine di Sant’Antonio perché gli sei molto devoto, /.../ così come il pagano quando se ne andava in vacanza si portava appresso le statuette e i dipinti della divinità, per pregarla" (Primo scrutinio, p. 41). È religiosità naturale "un uomo che crede molto a Dio, che ama nel cuore di ogni uomo /..../ Ebbene questo uomo è un uomo religioso naturale, che non fa nulla senza confidare in Dio, senza pregare Dio.
Tutti i religiosi naturali, quando si alzano al mattino, che fanno? Danno grazie a Dio per il nuovo giorno, offrono a Dio le loro opere, chiedono a Dio che protegga la loro giornata, questo non è Cristianesimo.
/.../ Questo uomo fa la preghiera al mattino /.../ offre tutto a Dio e gli fa domande. /.../ Ebbene allora non sei cristiano. Per questo è importante che stabiliamo la differenza tra religione e fede, ebbene è enorme" (Orientamenti alle equipes di catechisti per la convivenza della rinnovazione del primo scrutinio battesimale, p. 42).
"La spiritualità cristiana è che i cristiani lodino costantemente Dio. Nella religiosità naturale non esiste questa lode, esiste la sofferenza, esiste la rassegnazione, si deve soffrire in questa vita, perché uno abbia la ricompensa nell’altra. Il religioso naturale pensa semplicemente che la vita è una prova, che le sofferenze di questa vita sono una prova per poi ricevere un premio.
Se ad una persona che viene in Chiesa gli si chiede cosa significa per lei la Croce di Cristo, ti dirà: "Caspita, se Egli, che era Dio (con sentimentalismo), che non fece peccati, soffrì tanto, io che sono un peccatore, come non devo soffrire? Questo è eretico, totalmente anticristiano. Dice Isaia, il Servo soffrì, Egli si caricò dei nostri peccati, Egli prese su di Sé le nostre sofferenze, il nostro castigo ricadde su Gesù Cristo perché noi avessimo la pace. /.../ E se il castigo l’ha sofferto Lui, che motivo c’è che noi soffriamo un’altra volta? Spiegamelo se sei capace. Ah, forse che il castigo che ha sofferto Lui non basta per noi, dobbiamo soffrire ancora un po'...? Questo ci succede perché abbiamo sempre visto il Cristianesimo in chiave di religione naturale" (Orientamenti alle equipes di catechisti per la convivenza della rinnovazione del primo scrutinio battesimale, pp. 43-44).
Commento: (N.d.R. = Kiko definisce eretico ciò che San Paolo, compreso nel suo significato giusto, presenta, invece, come il vertice della sua vita di comunione in Cristo: "Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo Corpo che è la Chiesa" (Col 1,24; cfr. 2 Cor 12,10; 1,5; At 14,22;). È chiaro che Paolo non vuol dire che lui "aggiunge" qualcosa alla Croce di Cristo, ma che il cristiano è associato alle prove di Gesù, ripresenta nella sua carne e nella sua vita, le sofferenze di Cristo.
Sofferenze che Gesù stesso aveva annunciato: "Saulo è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli /.../ ed io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome" (At 9,15-16). "Perché a voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche si soffrire per Lui" (Fil 1,9; cfr. 2 Tess 1,4-5). Dunque, certamente si può partecipare alle sofferenze di Cristo, per grazia, per dono (non certo con i propri sforzi), ma sicuramente il fatto che Cristo abbia sofferto ed espiato i peccati per noi, non significa che noi siamo esentati dalla sofferenza!! = N.d.R.)
Per Kiko è religiosità naturale quella della "gente buona e molto pia che offre continuamente la sua vita a Dio, che ama Dio in una forma naturale, ma che gli manca ancora di passare alla gratuità totale di Dio, aver ricevuto tutto gratis /.../ questo significa essere cristiano /.../ vivere in mezzo alla sofferenza senza soffrire perché Gesù Cristo te l’ha tolta, perché le risposte agli avvenimenti della vita sono le risposte di Gesù Cristo risorto" (Orientamenti alle equipes di catechisti per la convivenza della rinnovazione del primo scrutinio battesimale, p. 45).
"I miei genitori sono buonissimi, stupendi, molto religiosi naturali; mia madre, quando mio fratello ebbe la meningite, si portò la statua di San Giuda Taddeo a casa, e gli fece la novena intera, e Dio la ascoltò, perché mio fratello guarì, ma il Cristianesimo che si legge nei Vangeli, dove lo abbiamo visto? /.../
Tutti questi cristiani che vanno e riempiono le Chiese quando ci hanno dato una testimonianza di Cristianesimo adulto? Al più un prete non è un testimonio per nessuno, perché essere buono non e altro che il suo dovere secondo lo schema della religiosità naturale" (Orientamenti alle equipes di catechisti per la convivenza della rinnovazione del primo scrutinio battesimale, p. 54). Commento: (N.d.R. = Sono frequenti questi sciocchi ed ironici attacchi ad aspetti di spiritualità, per sé leciti e che, se fatti nel giusto modo, sono espressioni di amore di persone dal cuore semplice. Invece Kiko queste espressioni di spiritualità le criminalizza fino a farle quasi apparire come deviazioni (sic!) dalla fede: farà questo anche col Sacro Cuore - pag. 115 e pag. 139; - con la confessione come mezzo di santificazione personale, con la direzione spirituale, con i confessionali (e con S. Carlo Borromeo) - pag. 174; con la celebrazione fatta con i banchi schierati a battaglione - pag. 193; in modo più grave con l'adorazione al SS. Sacramento - pag. 329; con il ringraziamento dopo la S. Messa - pag. 330; con le genuflessioni - pag. 331. Vedremo poi che con un'altra affermazione falsa Kiko ha convinto tutti i suoi adepti a non inginocchiarsi mai, neanche al momento della consacrazione durante la celebrazione eucaristica, o quando si passa davanti al tabernacolo = N.d.R.).
Inoltre Kiko, nella sua solita lettura catastrofica del passato, ignora che la lode non è iniziata solo con lui, che tanta gente prima di lui e indipendentemente da lui, ha avuto nel cuore sentimenti di lode e di ringraziamento verso Dio, così come poteva conoscerlo. Persino nel paganesimo esisteva la lode. In uno dei commenti all’enciclica "Fides et Ratio", apparsi sull’Osservatore Romano, vengono messi in evidenza alcuni elementi della nostra fede presenti addirittura anche nella spiritualità pagana (cfr. Osservatore Romano, 4/11/1998, p. 1 e p. 4).
"Il sacrificio che Dio vuole è il nostro corpo, la nostra vita nella storia perché nel cristianesimo non esistono templi. /.../ Il tempio siete voi, voi siete un nuovo tempio che è il vostro corpo. Siete sacerdoti di un nuovo tempio che è il vostro corpo, di un culto spirituale che si fa nella storia e nel mondo, non nella Chiesa nel senso di tempio-sacrificio.
Perché la Chiesa è piena di idolatrie, la Chiesa Cattolica è piena di paganesimo. /.../ Dio non vuole sacrifici né oblazioni, né Messa al mattino, né andare a pregare i santi quando poi nella storia sei un idolatra, quando nella storia tu non rispondi, quando in casa tu non hai misericordia" (Orientamenti alle équipes di catechisti per la iniziazione alla preghiera, 1981, p. 34).
Torniamo al primo testo di Kiko dove troveremo ora un'affermazione che deve essere corretta proprio con gli insegnamenti del Concilio di cui Kiko crede di essere l'unico vero interprete e l'unico che lo applica.
Pag. 56-57: "Non abbiamo nemmeno sacerdoti nel senso di persone che separiamo da tutti gli altri perché in nostro nome si pongano in contatto con la divinità. Perché il nostro sacerdote, colui che intercede per noi è Cristo. E siccome siamo il suo Corpo, siamo tutti sacerdoti...; è vero che questo sacerdozio si visibilizza in un servizio e ci sono alcuni fratelli che sono servitori di questo sacerdozio, ministri del sacerdozio". Quest’idea è ripetuta anche in catechesi successive, fatte in anni molto più vicini ad oggi rispetto al testo-base.
Pag. 54: "Il prete deve essere, nella religiosità naturale, un uomo povero, con il vestito rattoppato, molto casto, per essere un buon ponte tra Dio e gli uomini. Ma questo non è cristiano. L’altro giorno Farnes davanti a cinquanta preti diceva: il sacerdozio nel Cristianesimo non esiste, i templi non esistono, gli altari non esistono. Per questo l’unico altare del mondo tra tutte le religioni che ha tovaglie è il cristiano, perché non è un altare, è una mensa. Anche noi abbiamo fatto nell’epoca della mescolanza con la religiosità altari di pietra monumentali, anche se poi gli mettevamo le tovagliette. Un altare non può avere tovaglie, perché l’altare è per fare sacrifici di capre e di vacche"
Commento: La PRESBYTERORUM ORDINIS invece afferma: "...il Signore... promosse alcuni fedeli come ministri in modo che nel seno della società dei fedeli avessero la sacra potestà dell'Ordine per offrire il Sacrificio" (QUESTA VERITÀ DI FEDE, non solo è COMPLETAMENTE SCOMPARSA MA È SEMPRE RINNEGATA E RIFIUTATA DALLA CATECHESI NEOCATECUMENALE = N.d.R.)" e perdonare i peccati, e che in nome di Cristo svolgessero - per gli uomini - in forma ufficiale la funzione sacerdotale" (P.O. n° 2 b).
" Tutti coloro che appartengono al popolo di Dio, dato che sono santificati con lo Spirito Santo, possano offrire se stessi come "ostia viva, santa, accettabile a Dio" (Rom 12,1). "Inoltre è attraverso il ministero dei Presbiteri che il sacrificio spirituale dei fedeli viene reso perfetto perché viene unito al sacrificio di Cristo, unico Mediatore; questo sacrificio, infatti, per mano dei Presbiteri e in nome di tutta la Chiesa, viene offerto nell'Eucaristia in modo incruento e sacramentale".
(N.d.R. = Infatti durante la Celebrazione eucaristica, dopo che il sacerdote ha detto: "Pregate, fratelli perché il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio, Padre onnipotente", tutti i fedeli, alzandosi in piedi, rispondono: "Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio a lode e gloria del suo nome, per il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa" = N.d.R.).
"Il servizio dei presbiteri /.../ deriva la propria forza e la propria efficacia dal Sacrificio di Cristo, e ha come scopo che "tutta la città redenta, cioè la riunione e società dei santi, offra a Dio un sacrificio universale per mezzo del Gran Sacerdote, il Quale ha anche offerto Se stesso per noi con la Sua Passione, per farci diventare corpo di così eccelso Capo" (S. Agostino. La Città di Dio, 10,6) (P.O. n° 2 d).
"I Presbiteri sono stati presi fra gli uomini e costituiti in favore degli uomini stessi nelle cose che si riferiscono a Dio, per offrire doni e sacrifici in remissione dei peccati... Così i Presbiteri del Nuovo Testamento, in forza della propria chiamata e della propria ordinazione, sono in un certo modo segregati in seno al popolo di Dio: ma non per rimanere separati da questo stesso popolo o da qualsiasi uomo, bensì per consacrarsi interamente all'opera per la quale li ha assunti il Signore (Atti 13,2; P.O. n° 3).
"Tutti i Sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente uniti alla Sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella Santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo... che dà vita agli uomini i quali sono in tal modo invitati e indotti a offrire assieme a Lui se stessi, il proprio lavoro e tutte le cose create... Per questo l'Eucaristia si presenta come fonte e culmine di tutta l'evangelizzazione (P.O. n° 5 b).
"I Presbiteri insegnano ai fedeli ad offrire la Divina Vittima a Dio Padre nel Sacrificio della Messa, e a fare, in unione con questa Vittima, L'OFFERTA DELLA PROPRIA VITA" (P.O. n° 5 c).
LA FALSA CATECHESI DI KIKO SUI SACERDOTI Kiko a pag. 64 continua a ripetere le sue idee ignorando il Concilio: "Nella religiosità naturale hai bisogno di un sacerdote con la sua brava sottana che ti serva il culto, e se un giorno vieni a sapere che quel sacerdote se ne è andato con una donna ne subisci un grave scandalo. Mamma mia! come va il mondo! Nel cristianesimo è un'altra cosa. È molto diverso che tu ti incontri con Cristo attraverso un cristiano. Non si tratta di riti; è diverso". Molto esplicita la catechesi di Kiko sul sacerdozio ministeriale negli "Orientamenti alle équipes di catechisti per la iniziazione alla preghiera":
"Il presbitero sta facendo un ministero in nome di tutti noi, parla in nome della nostra assemblea, unito a Gesù Cristo chiede al Padre per noi. Ha un ministero perché rappresenta l’Assemblea. Siamo tutti sacerdoti, siamo il Corpo di Gesù Cristo, abbiamo una missione per il mondo; vedendo noi il mondo conoscerà Dio.
Ma il presbitero è il ministro del nostro sacerdozio, questo è molto importante; in questa assemblea sa facendo un ministero sacerdotale come tutti noi ne stiamo facendo un altro. Lui va, in nome di tutta la nostra assemblea, ad alzare al Signore la nostra preghiera" (p. 55).
Kiko dopo aver creato il "mostro" della religiosità naturale lo usa come ricatto psicologico per stravolgere e manipolare tutto quello che non è secondo i suoi gusti.
Commento: LE OFFERTE E I SACRIFICI ERANO SEGNO DELLA DIPENDENZA DA DIO Solo per inciso faccio notare, a proposito della religiosità naturale, che forse nei libri che legge Kiko non c'è scritto che l'uomo ha cercato il rapporto con Dio non solo per vincere le sue insicurezze ma perché sentiva profondamente DI DIPENDERE DA DIO: le offerte e i sacrifici erano espressione di questa dipendenza, erano i modi per esprimerla e riconoscerla. Passando alla rivelazione biblica le offerte di Abele dei primogeniti del suo gregge a Dio, sono un’offerta che il Signore gradisce (Gen 4,4) sono il riconoscimento che Dio è l'Assoluto nella vita dell'uomo: offrire a Dio le primizie, le cose migliori, è riconoscere che Egli merita il primo posto nella vita dell'uomo, che Dio è la Persona più importante, ed è quindi un atto di amore ed una espressione che Dio è veramente il Signore della propria vita!
Ritornando alle opinioni personali che Kiko ha sul sacerdozio sarà molto utile correggerle utilizzando la Dichiarazione della Commissione Cardinalizia (15 Ottobre 1968) e il Supplemento al Nuovo Catechismo con cui sono stati riveduti e corretti alcuni punti del Nuovo Catechismo Olandese.
DICHIARAZIONE (cfr. A.A.S. 6O (1968) 690): "Si eviterà di sminuire la grandezza del sacerdozio ministeriale, il quale differisce dal sacerdozio comune dei fedeli, non soltanto per grado, ma per essenza (cfr. Lumen Gentium, n° 10 - Istruzione sul culto del Mistero Eucaristico, 25-5-1967, n° 11). Si curi che, nel descrivere il ministero dei sacerdoti, si metta meglio in luce la mediazione fra Dio e gli uomini che essi compiono, non solo con la predicazione della parola di Dio, con la formazione della comunità cristiana, con l'amministrazione dei sacramenti, ma anche e soprattutto con l'offerta del sacrificio eucaristico a nome di tutta la Chiesa (cfr. Lumen Gentium, n° 28 e P.O. nn.2 e 13)... l'ufficio dei Vescovi è un mandato ad essi conferito non dal Popolo di Dio, ma da Dio stesso...
Nel "Nuovo Catechismo olandese" deve apparire che il Sommo Pontefice e i Vescovi, nel loro ufficio di insegnare, non si limitano a raccogliere e sancire ciò che tutta la comunità dei fedeli crede /.../ Certo il sacerdozio gerarchico è superiore in dignità (N.d.R. = Il sacerdozio ministeriale, in quanto sacerdozio è superiore a quello comune dei fedeli, perché ha potestà sacerdotali che il sacerdozio comune non ha = N.d.R). Ma questo non impedisce che sia un servizio. Essi sono al servizio di Cristo e del suo popolo; essi sono i dispensatori dei misteri di Dio".
"L’identità del sacerdote, quindi, deriva dalla partecipazione specifica al Sacerdozio di Cristo, per cui l’ordinato diventa /.../ "una ripresentazione sacramentale di Cristo Capo e Pastore" (Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, nn. 1-2).
"L’identità del sacerdote è nuova rispetto a quella di tutti i cristiani. /.../ La vita del sacerdote è un ministero inserito totalmente nel mistero di Cristo e della Chiesa, in un modo nuovo e specifico. /.../ Il sacerdote agisce in persona Christi"/.../ Mentre è nella Chiesa, si trova anche di fronte ad essa. (Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, n. 6; n. 7; n. 10; n. 12; n. 14).
Di fatto, in queste comunità neocatecumenali (a meno che il presbitero non abbia grossa maturità personale) il prete è privato della funzione di guida, di pastore, di padre spirituale, del carisma del discernimento dell’autenticità dei carismi, e del loro retto uso, in una parola della paternità. Di fatto, viene eliminata l’obbedienza al prete per essere sostituita da un’obbedienza nevrotica al catechista laico.
Infine la differenza tra religione e fede è tipica della mentalità protestante, dove il termine religione indica le adulterazioni operate dalla Chiesa cattolica e il termine fede invece indica il Vangelo puro. Questa differenza è abusiva e contraria alla S. Scrittura nella quale l’alternativa non è tra religione e fede, ma tra religione vera e religione falsa (cfr. Gc 1,26-27; 2 Tim 3,1-2).
7) Svalutazione e disprezzo per i contenuti dottrinali della fede. Anti-intellettualismo di tipo luterano Kiko impone una sua personale reinterpretazione del cristianesimo. Essa oscilla tra un’esaltazione dell’esperienza del gruppo e di quanto viene insegnato nel gruppo (che si pone come unico magistero che impone pure alcuni dogmi paralleli) e l’esaltazione di una posizione antidottrinale e anti-intellettuale tipica del luteranesimo storico.
Kiko non si rende conto che quando introduce, diffonde e "sbandiera", con piglio orgoglioso e dogmatico: "La Bibbia si interpreta da se stessa, attraverso parallelismi" (pag. 372), rischia di introdurre quel dannoso e disastroso "libero esame" protestante condannato dalla Bibbia stessa (2 Pt 1,20-21; 2 Pt 3,15-16). Inoltre quando si presenta la Bibbia si dice che essa non va interpretata personalmente, ma poi quando si prepara o si fa catechesi, si permette che ognuno dia il significato che vuole alla parola, convinti anche di essere ispirati.
Vediamo ora, attraverso il groviglio delle sue argomentazioni - spesso unilaterali - la sua violenta requisitoria contro l'aspetto veritativo della fede e contro i suoi contenuti dottrinali condannati, senza fare alcuna distinzione, come "verità astratte": "Noi abbiamo creduto che la fede fosse aderire a una serie di verità astratte, credere certe cose. Da qui viene la confusione. Alcuni pensano che il cristianesimo sia credere delle verità a livello razionale. Questo per Israele non è la fede.
Ora stiamo entrando in un'epoca meravigliosa in cui essere cristiano NON SARÀ ADERIRE AD ALCUNE VERITÀ. Il cristianesimo non è un insieme di verità, che stanno lì staticamente e che tu devi credere e scoprire... La Chiesa è un avvenimento che si dà" (pag. 61).
"...Noi non siamo uomini di dottrina" (pag. 104). Lo stesso Kiko, però, nel testo "Orientamenti alle équipes di catechisti per la iniziazione alla preghiera", afferma: "L’inferno c’è. Senza dubbio. È un dogma della Chiesa Cattolica, serio, e chi non lo crede è fuori della Chiesa Cattolica: chi non crede nell’inferno è fuori della Chiesa Cattolica" (p. 198). Dunque lui stesso afferma che esistono verità in cui credere, che esiste una dottrina di riferimento e che chi nega delle verità di fede, esce dalla Chiesa Cattolica!
Sembra essere ignorato il significato biblico del termine "dottrina" (Dt 32,2; Is 42,4; Ez 7,26; At 5,28; Rom 16,17; 6,17; 1 Cor 14,6; 2 Cor 11,6; 2 Tm 4,2; 1 Tm 1,10; 4,6; 6,1.3; 2 Tm 4,3; Tt 1,9; 2,7; 2,10; Ebr 5,13; Gv 7,16; 18,19; Ap 9,2; 13,12; 17,19; 2 Gv 9).
Con l’espressione "dottrina di Gesù" oppure "dottrina della fede" la Bibbia intende tutto l’insegnamento di Gesù, in tutte le sue componenti e in tutte le sue dimensioni (dalla verità di Dio uno e trino, al perdono reciproco, ad aiutare i malati e i poveri, a non dire cattive parole, a non mormorare, ecc.). Mai si parla di verità solo astratte, o solo nel loro aspetto teorico!
"Dicevamo che la fede non consiste in una serie di idee o nell'aderire a delle verità o nel credere che esiste un Dio che ha creato tutto; ma la fede è un incontro personale con Dio, con Gesù Cristo... abbiamo voluto presentare con Abramo... con S. Paolo... come la manifestazione di Dio per quelle persone, non è stata affatto il credere a certe verità, ma è stato sentire l'azione di Dio nella loro vita concreta..." (pag. 105) (cfr. pag. 125; pag. 127; pag. 249).
N.d.R. = La fede non consiste nel "sentire" o nel "non sentire", ma nel credere che Dio è presente e vivo nella mia vita, che cambia la mia storia e contemporaneamente nel credere a tutto quanto Dio ha insegnato. La categoria del "sentire" non è la categoria adeguata e fondamentale della fede! "Credere ha perciò un duplice riferimento: alla persona (di Dio) e alla verità (di Dio); alla verità per la fiducia che si accorda alla persona che l’afferma"(C.C.C., n. 177). "Appartenendo all’ordine soprannaturale la grazia sfugge alla nostra esperienza e solo con la fede può essere conosciuta. Pertanto non possiamo basarci sui nostri sentimenti o sulle nostre opere per dedurne che siamo giustificati e salvati"(C.C.C., n.2005). "La fede è un’adesione filiale a Dio, al di là di ciò che sentiamo e comprendiamo" (C.C.C., n. 2609). = N.d.R.
Commento:
È scorretto contrapporre la dimensione veritativa della fede con la dimensione esperienziale personale: esse, invece, vanno insieme. Svalutare la dimensione veritativa della fede, sganciarla dai contenuti dottrinali per farla coincidere solo con ciò che si sente porta ad una caduta nel soggettivismo, ma porta anche alla possibilità di manipolare la fede per ricostruirla a proprio piacimento, secondo le proprie esperienze, sensazioni, valutazioni, avvenimenti, ecc. Carmen, ad esempio, applicando questa mentalità, senza fare le dovute distinzioni e precisazioni proclama: "L'aver scoperto il centro, il nucleo del sacramento dell'Eucaristia, fa sì che siano illuminati gli altri aspetti, così che stanno scomparendo i contrasti con i Protestanti, perché andando al centro, all'essenziale, coincideremo con loro" (pag. 162).
Ritornando alle affermazioni di Kiko sulle "verità", bisogna dire che, ridurre la fede solo all'aspetto esperienziale esistenziale (senza precisarne le caratteristiche), mettere in opposizione: * l'incontro con Dio e il credere alle verità che Dio ha rivelato, * l'aspetto esperienziale personale e l'aspetto veritativo della Rivelazione è una falsa contrapposizione che distrugge l'unità della fede: la fede è una realtà completa e unitaria che abbraccia e raggiunge tutte le dimensioni dell’uomo, non solo una oppure solo alcune.
La fede è incontro personale con Dio, è l’esperienza personale dell’incontro tra un "io" e un "Tu" e insieme, contemporaneamente, dono di Dio all'uomo della Verità che libera (Gv 8,32) e delle verità più concrete che esistono: non esiste l'uno senza l'altro; le due dimensioni non possono essere contrapposte, ma vanno sempre insieme, oppure cadono insieme. Quando questa unità è rotta si esce dalla fede cattolica e si entra in qualche setta.
Nella Sacra Scrittura, si parla di incontro personale con Dio, si parla dell’esperienza del roveto ardente; si parla di entrare nel Mistero di Dio; si parla di vivere di fede e nella fede; si parla di storia della salvezza; si parla di trasfigurazione di tutto l’uomo; si parla di inserimento nel mistero pasquale di Cristo, ma insieme e contemporaneamente si dice che: camminare nella VERITÀ (2 Gv 4; 3 Gv 3-4), cooperare alla diffusione della Verità (3 Gv 8), vivere la verità nella carità (Ef 4,15) la consapevolezza che solo la verità conduce alla pietà (Tito 1,1) l'essere consacrati nella verità (Gv 17,17.19), il dare testimonianza alla verità (Gv 18,3), l'adorare il Padre in spirito e verità (Gv 4,23), il santificare le proprie anime con l'obbedienza alla verità per amare i fratelli (1 Pt 1,22), il permanere nella sana dottrina invece di volgersi alle favole (Tito 1,13-14; 2 Tm 4,3-4) è la caratteristica del vero discepolo di Cristo.
Infatti il CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA al n° 150 dice: "La fede è innanzitutto una adesione personale dell'uomo a Dio; al tempo stesso e INSEPARABILMENTE, è l'assenso libero a tutta la verità che Dio ha rivelato". N° 155: "Nella fede l'intelligenza e la volontà umane cooperano con la grazia divina: Credere è un atto dell'intelletto che, sotto la spinta della volontà mossa da Dio per mezzo della grazia, dà il proprio consenso alla verità divina". In ragione di questa profonda unità, organicità, integralità e armonia della fede l'Apostolo Giovanni ha avvertito con forza: "Chi va oltre e non si attiene alla dottrina del Cristo, NON POSSIEDE DIO. CHI SI ATTIENE ALLA DOTTRINA, POSSIEDE IL PADRE E IL FIGLIO. Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo; poiché chi lo saluta partecipa alle sue opere perverse" (2 Gv 9-11).
Per quanto riguarda, poi, affermazioni tipo: "Credere nei dogmi. Non ne capisco una parola, ma credo" (pag. 53) forse prima di pretendere di fare catechesi è bene chiarirsi le idee sul CATECHISMO della CHIESA CATTOLICA, nn. 88-89-90.
Per quanto riguarda affermazioni false tipo: "Il Concilio ha risposto rinnovando la teologia. E NON SI È PARLATO PIÙ DI DOGMA DELLA REDENZIONE" (pag. 67) prima di influenzare negativamente persone da poco giunte alla fede, è bene leggere con attenzione i documenti del Concilio, che smentiscono Kiko (cfr. L.G. n° 3,8-9,44,52,57; S.C. n° 2; U.R. n° 23; Perf. Carit. n° 5 e; Dignit. hum. n° 11 a; Presb. Ord. n° 13 c; G.S. n° 67 b; U.R., n° 12).
Queste posizioni di Kiko, tipiche dell’anti-intellettualismo e dell’atteggiamento anti-dottrinale, inclinano a ridurre la fede a sentimento ma soprattutto possono indurre a cadere nel fideismo (errore più volte criticato dal Papa nella "Fides et ratio") e attraverso questo inclinare al biblicismo (cfr. F.R., n. 55), al fondamentalismo, o anche a forme di comportamenti spirituali superstiziosi (cfr. F.R., n. 48).
Fede e ragione, separate, conducono ad errori: "La ragione privata della fede ha perso il suo fine. La fede privata della ragione ha sottolineato il sentimento e l’esperienza, correndo il rischio di non essere più una proposta universale /.../ senza la ragione la fede cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione" (F.R., n. 48). La fede si rivolge alla ragione e alla sua capacità di verità.
Giovanni Paolo II ai Vescovi della Nuova Zelanda ha ribadito: "La fede ha bisogno della ragione per non scadere nella superstizione. La ragione ha bisogno della fede per non cedere alla disperazione" (Osservatore Romano, 23-24/11/1998, p. 11). Non si dà verità, dunque, solo con la fede; non si dà verità solo con la ragione: ma si dà la verità solo nell’unità armonica di fede e ragione, un’unità rispettosa dei rispettivi ruoli (cfr. F.R., n. 16).
Non si dà maturità di fede solo nell’esperienza; non si dà maturità di fede solo nell’intelligenza o nella ragione; ma è necessaria l’unità di esperienza e intelligenza, di esperienza e discernimento, un’unità rispettosa dei rispettivi ruoli.
È sbagliato contrapporre esperienza e ragione. La posizione giusta è: "esperienza e ragione". La posizione settaria è: "esperienza o ragione".
Il Papa Giovanni Paolo II nell’enciclica "Veritatis splendor" indica nel binomio di "ragione ed esperienza" - insieme - una fonte di insegnamento (cfr. n. 86), non nella sola esperienza. Dunque: né solo sentimento, né fideismo, né intellettualismo, né esperienzialismo (idolatria dell’esperienza).
Per capire bene le caratteristiche e la pericolosità dell’anti-intellettualismo di tipo luterano si leggano le incisive e illuminanti pagine scritte su questo tema da Jacques Maritain nella sua opera "I tre riformatori", Morcelliana, 1990, pp. 69-89.
8) La fabbrica dei segni
Kiko è ossessionato dai segni, e i neocatecumenali ripetono come burattini un rigido rituale dei segni (tutto è rigidamente determinato: per ogni atto della comunità, per ogni azione è previsto un comportamento, dei gesti, delle sequenze a cui viene attribuita una importanza esasperata - es. il sacerdote prima dell'assoluzione deve prendere per le spalle il penitente, sollevarlo, ecc... e i catechisti controllano che tutto venga fatto scrupolosamente come se la cosa fosse di istituzione divina!). Tutto questo è la conseguenza di una visione meccanica e razionalistica di Kiko il quale pensa che nella Chiesa non c’è la fede perché non ci sono i segni e allora l'unica soluzione è fabbricare artificialmente dei segni della fede in modo che chi li osserva si converte.
Da questo deriva l’ossessiva attenzione ai segni e la preoccupazione dei neocatecumenali di porre dei segni secondo un rigido rituale che va osservato scrupolosamente. Vediamo come Kiko, mosso da una preoccupazione che sembra solo sociologica e meccanicistica stabilisce che fabbricati i segni della fede - automaticamente - la gente crederà in Cristo.
Questo sociologismo della fede, questo programma-ingranaggio lo dichiara esplicitamente: "...gli altri segni, il tempio, la messa, il sacerdote, il vescovo, non sono segni, perché bisogna avere già fede per credere in essi... bisogna dare nuovi segni (pag. 38).
"Dobbiamo trovare una presenza di Gesù Cristo per la quale NON SIA NECESSARIO AVERE LA FEDE, per la quale un uomo, pagano, ateo, un uomo desacralizzato, un tecnico, un pragmatico, che non ha fede in Gesù Cristo e non viene più alla Chiesa, vedendo questa presenza, questo segno, conosca Gesù Cristo" (pag. 21). "Questa comunità che è segno, alla lunga cambierà la pastorale e la struttura della parrocchia" (cfr. pag. 28 e pag. 76); "Bisogna dare dei segni nuovi di fede: l'amore e l'unità. Non vi preoccupate se parlando dell'amore e dell'unità lo ripeterete molte volte nelle prime catechesi, perché impressiona sempre la gente" (pag. 31) fino al punto che "se non si danno i segni della fede, non si dà la Chiesa". (pag. 88). "Questa Chiesa (quella primitiva) crea fortemente i segni della fede e fa dire ai pagani: guardate come si amano" (pag. 59). Commento: (N.d.R. = È veramente incredibile che si pensi che posti i segni automaticamente la gente crede. La fede è dono gratuito di Dio (Ef 2,8; Gv 6,44: "Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato."; Eb 12,2: "Gesù... è autore e perfezionatore della fede). Il mistero della conversione di una persona non si può ridurre banalmente solo alla presentazione dei segni: anche i Farisei avevano visto i segni della fede, avevano visto i miracoli, e tanti, e non avevano creduto (Gv 6,64-65).
Molti pagani avevano pure visto molti segni lo stesso, ma non si sono convertiti, anzi i romani hanno perseguitato i cristiani fino a massacrarli nelle arene; la fede non la dà nessun uomo e nessuna comunità; è un dono della grazia che va implorato da Dio, per i fratelli, attraverso i mezzi di grazia che si trovano nella Chiesa.
Inoltre bisogna ricordare che la storia del cristianesimo è piena di esempi di persone che sono arrivate alla fede perché Dio è direttamente intervenuto nella loro vita (vedi ad es. S. Paolo, S. Francesco, S. Ignazio di Loyola). Essi non si sono convertiti perché hanno incontrato dei segni, che pure mai sono mancati. Prima della conversione i segni c'erano, e anche forti (si pensi a S. Paolo e alle comunità cristiane da lui perseguitate), ma se la grazia di Dio non apre i nostri occhi, (At 9,18) posso passare tra migliaia di segni veri, e rimanere cieco e insensibile.
Nel discorso di Kiko, invece, tutto sembra dipeso da gesti, atti, segni ed esempi umani (come pensano i Pelagiani) senza mai riferimento all'azione della grazia e alle sue vie che non sono automatiche e meccaniche come i programmi dei computer!!
Questa fabbrica dei segni - ("Vogliamo formare questi segni della fede" pag. 27) sembra una rappresentazione scenica, una manifestazione teatrale, una sorta di nuovo FARISEISMO (Mt 23,27-28) che conduce i neocatecumenali a sentirsi "cristiani di serie A" mentre tutti gli altri sarebbero "cristiani di serie B".
Torniamo all'ultima affermazione di Kiko - spesso ripetuta nel testo - nella quale più forte è evidente il capovolgimento dei valori e questa sua mentalità sociologica: "...esiste una crisi di fede. Perché non c'è fede? PERCHÈ NON SI DANNO I SEGNI DELLA FEDE... gli uomini si possono incontrare con Dio solamente attraverso di noi..." (pag. 63-64). Abbiamo già detto che i segni sono un "dito puntato" verso il soprannaturale, e certamente la testimonianza di un cristiano è uno stimolo alla fede, ma non basta! Abbiamo anche detto che se Dio si serve e si può servire di noi per raggiungere i nostri fratelli, non siamo noi che diamo la fede, né possiamo produrla negli altri "a comando"; ma qui l'aspetto più importante è che è capovolta la prospettiva.
Kiko dice che "non c'è fede perché mancano i segni della fede", ma invece la valutazione va capovolta: "non ci sono i segni della fede, perché non c'è fede"!
9) Deformazione della missione e dell'identità della Chiesa
Kiko da pag. 76 a pag. 90 distorce la vera missione e identità della Chiesa, così come è presentata dal Concilio Vat. II, per sostituirla con una sua costruzione arbitraria, che ancora una volta, strumentalizza la Chiesa "ad uso e consumo" delle comunità neocatecumenali.
"Qual è la missione della Chiesa? (pag. 77) "Forse possiamo pensare che la missione della Chiesa sia prendere tutta la gente che sta fuori della Chiesa e portarla dentro quel puntino (l'1,5% di cattolici adulti, vanno a Messa la domenica e sono cristiani coscienti, seri... questo piccolo gruppo... è oggi la Chiesa viva). Se la verità fosse questa potremmo dire che Gesù Cristo è fallito dopo 2000 anni... Se la missione della Chiesa è che tutti vi entrino, come mai Dio ha permesso che siano troppo pochi quelli che oggi sono nella Chiesa?
Commento: (N.d.R. = La mancata piena adesione anche di molti al progetto di Dio, non dipende dal fatto che è sbagliato il progetto di Dio ma dipende dal cattivo uso che l'uomo può fare della sua libertà e dal potere che ha l’uomo anche di rifiutare il progetto di Dio. = N.d.R)
"Con queste catechesi - continua Kiko - vogliamo smontare un po’ queste idee che molti hanno sulla missione della Chiesa (pag. 78)... Gesù concepisce la sua Chiesa (Mt 5,13-16; 13,33) come una luce e questo puntino è un fuoco potente ed il resto tenebre... La luce è un servizio. Cosa è più importante: la luce o noi? Indubbiamente noi... L'importante non è essere luce (sic!) ma avere scoperto la luce ed essere illuminato (pag. 79)... gli storici dicono che la chiesa ha fermentato tutta la storia molto più di quanto non appaia (pag. 80)...
Da questo si deduce che la missione della Chiesa non è far sì che tutti vi entrino a far parte giuridicamente, bensì che gli uomini siano illuminati dalla Chiesa e giungano al Padre (pag. 81)... la concezione che avevamo prima era quella dell'appartenenza giuridica alla Chiesa per salvarsi (pag. 82)...
Commento: (N.d.R. = Kiko, ingiustamente, fa una indebita differenza tra chiesa giuridica e chiesa spirituale - ignorando L.G. n° 8 - ma soprattutto considera la piena incorporazione alla Chiesa solo come una appartenenza giuridica e non come la pienezza della comunione con Cristo! = N.d.R.).
"La Chiesa, un evento oggi, in ordine alle nazioni, non alla propria perfezione personale (pag. 83) Commento: N.d.R. = È sciocco e strumentale ridicolizzare sempre, come fa il testo di Kiko, la chiamata universale alla santità (L.G. 39-42) e la sua realizzazione personale che è il fine di ogni discepolo di Cristo (L.G. n° 40; S.C. n° 7 b-c) = N.d.R.
Secondo l’ecclesiologia di Kiko ci sarebbe "un primo cerchio di persone, chiamate a formare nuove comunità, chiamate ad essere Chiesa Sacramento... c'è un secondo cerchio, formato da uomini che Dio non chiama ad appartenere giuridicamente alla Chiesa, ma che chiama a conoscere la buona notizia... che devono essere salati (pag. 84)..."c'è infine un terzo cerchio... sono quelli che vivono nella menzogna,...sono quelli in cui Satana agisce con una forza reale. Ma non perché siano cattivi e ne abbiano colpa, ma forse perché è toccato a loro, per un qualsiasi motivo, su cui non indagheremo (pag. 89). Commento: (N.d.R. = Anche le sette gnostiche (salvezza = solo conoscenza) dividevano gli uomini in tre cerchi, in tre categorie: 1) i pneumatici = gli eletti in possesso della gnosi; 2) gli psichici = possono salvarsi se seguono le indicazioni dei pneumatici; 3) gli ilici = destinati alla morte. Inoltre era caratteristico di tutte le sette gnostiche pensare di avere un insegnamento segreto rivelato per gradi, riservato solo agli iniziati, e di considerare coloro che aderivano a delle religioni ufficiali e storiche, come dei bambini ignoranti e superstiziosi, da convertire gradualmente, senza chiedere subito troppo distacco dalla religione di partenza. Proprio perché si pensa che quei "bambini" sono nell’oscurità e nelle tenebre (come nel famoso Mito della Caverna di Platone) si lascia loro e si tollerano credenze e usi di religiosità naturale, dicendo loro che per il momento è sufficiente che vengano agli incontri e alle catechesi, in attesa che si convertano alla vera....fede!!! = N.d.R.).
"L'unico modo che hanno questi fratelli di essere salvati è che la Chiesa dia il suo sangue per loro, il sangue dei cristiani, che è il sangue di Gesù Cristo... così tutti sono salvati... La Chiesa "salva tutti perché perdona tutti" (pag. 90). Commento: (N.d.R. = La rivelazione ci dice che non tutti si salveranno (Mt 25,31-46; 7,21-23; Lc 13,23). Che tutti si salvano, come dice Kiko, è un errore condannato dalla Chiesa fin dal tempo di Origene e della sua apocatastasi. Inoltre sono perdonati solo coloro che si pentono e chiedono il perdono, gli altri, coloro che non lo fanno, non sono perdonati, perché il perdono non è un fatto meccanico o magico. = N.d.R.).
È veramente paurosa e falsa l'affermazione che Dio non chiama tutti ad appartenere alla Chiesa: Gesù ha detto agli Apostoli di ammaestrare tutte le genti di battezzarle e di insegnare loro ad osservare tutto ciò che ha comandato perché questo è il mezzo per avere una piena comunione con Lui. La Chiesa e tutti i mezzi di grazia di cui Gesù l'ha dotata, inoltre, non sono un fatto solo giuridico, ma il mezzo lasciatoci dal Maestro per avere una piena comunione con Lui, invece Kiko sembra pensare che la Chiesa sia solo un fatto interiore, sul tipo della mentalità protestante.
Le affermazioni di Kiko sulla missione della Chiesa si scontrano con quelle del Concilio: "La Chiesa è in Cristo come un sacramento o segno o strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità DI TUTTO IL GENERE UMANO..." (L.G. 1); "Tutti gli uomini sono chiamati a questa unione con Cristo, che è la luce del mondo" (L.G. 3) "La Chiesa, fornita dei doni del suo fondatore... riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio" (L.G. 5 c).
"Dio ha convocato tutti coloro che guardano con fede a Gesù..., e ne ha costituito la Chiesa, perché sia per tutti e per i singoli sacramento visibile di questa unità salvifica" (L.G. 9 d). "Tutti gli uomini sono chiamati a formare il Popolo di Dio... perciò questo popolo, pur restando uno e unico si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l'intenzione della volontà di Dio. /.../
Questo carattere di universalità... è dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa Cattolica efficacemente e senza soste TENDE AD ACCENTRARE TUTTA L'UMANITÀ, con tutti i suoi beni, in Cristo Capo nell'unità dello Spirito di Lui. (L.G. 13 a-b).
E anche per i fratelli separati il Concilio dice: "Tuttavia i fratelli da noi separati, sia singoli sia le loro Comunità e Chiese, non godono di quella unità, che Gesù Cristo ha voluto elargire a tutti quelli che ha rigenerato e vivificato... Infatti solo per mezzo della cattolica Chiesa di Cristo, che è lo strumento generale della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salute. In realtà al solo Collegio apostolico con a capo Pietro, crediamo che il Signore ha affidato tutti i tesori della Nuova Alleanza, per costituire l'unico Corpo di Cristo sulla terra, al quale bisogna che siano pienamente incorporati tutti quelli che, già in qualche modo, appartengono al Popolo di Dio" (U.R. n° 3 e).
"...cosicché per questa via, a poco a poco, superati gli ostacoli frapposti alla PERFETTA COMUNIONE ECCLESIASTICA, si riuniscano nella celebrazione dell'Eucaristia in quell’unità dell’unica Chiesa, che Cristo fin dall'inizio donò alla sua Chiesa e che crediamo sussistere, senza possibilità di essere perduta, nella Chiesa Cattolica, e speriamo che crescerà ogni giorno di più, fino alla fine dei secoli" (U.R. n°4 c).
È evidente il contrasto netto tra le false catechesi di Kiko e gli insegnamenti del Concilio. Anche in altre occasioni Kiko attribuisce al Concilio cose che il Concilio non ha mai detto, come quando ad esempio afferma che: "Il Concilio ha risposto rinnovando la teologia. E non si è parlato più di dogma della redenzione" (p. 67). Quella di Kiko è una affermazione evidentemente falsa perché il Concilio invece, in più punti, parla di redenzione (cfr. L.G., n. 3,8-9,44,52,57; Sacr. Conc. n° 2; U.R., n° 23; Perf. Carit. n° 5 e; Dignit. hum. n° 11 a; Presb. Ord. n° 13 c; G.S. n° 67 b; U.R., n° 12).
10) I catechisti neocatecumenali dicono: "Il cristianesimo non esige nulla da nessuno; non ci si deve sacrificare ad imitazione di Gesù". Ma poi gli stessi catechisti neocatecumenali esigono obbedienze e sacrifici incredibili. Le uniche esigenze e gli unici sacrifici validi sarebbero quelli dettati dai catechisti neocatecumenali.
Kiko "scuce e ricuce" il cristianesimo a seconda dei suoi gusti personali. Il cristianesimo è certamente una buona notizia, ma questo non significa ridurre il cristianesimo in una specie di messaggio pubblicitario, per accalappiare i "polli". Un messaggio pubblicitario in cui per "accarezzare le orecchie" degli "acquirenti" si ironizza e si sopprimono le esigenze vigorose del Vangelo. Non si può svendere il cristianesimo a "buon prezzo" per ottenere facili, quanto inutili, consensi. Non si può pensare di avvicinare alla verità, utilizzando inganni o trucchi dialettici.
Kiko, insieme ai suoi catechisti neocatecumenali, mentre da una parte sbandiera che il cristianesimo non esige nulla e che solo Gesù si è sacrificato (ma noi non dobbiamo sacrificarci), dall’altra parte esige obbedienze e sacrifici ai suoi comandi tali che chi non obbedisce addirittura non si salva, addirittura non entrerà nel Regno!!!
"Il cristianesimo è una buona notizia... Il cristianesimo non esige nulla da nessuno, regala tutto" (pag. 223). "Convertitevi! diranno sempre gli apostoli dopo aver annunciato il kerigma. Che non è esigere nulla da nessuno, ma è offrire loro il cammino e la luce" (pag. 191). Commento: Sembra di essere di fronte alle "tecniche di vendita" della pubblicità, che fanno offerte vantaggiose, ad una specie di "spiritualità da supermarket". Ben diverse sono le originali e vigorose esigenze del Vangelo: "Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce - ogni giorno - e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà" (Lc 9,23-24; Mt 10,38-39; 16,24-25; Mc 8,34-35).
"Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto... se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo" (Gv 12,24-26; Lc 6,40; Mt 10,24-25). Non sembra proprio che queste parole del Vangelo significhino che "il cristianesimo non esige niente da nessuno"!
I veri Apostoli, invece, senza illudere nessuno, avvertivano sin dall’inizio - come Gesù - che insieme alla gioia e alla pace che Cristo dona, ci sono anche delle sofferenze e delle tribolazioni che costituiscono un dono e una benedizione (At 14,22; 1 Tess 3,3; 2 Tm 3,12; Gal 2,20; Gal 5,24; 1 Cor 1,18; Col 1,24; Eb 12,1-4; 1 Pt 2,19-21; Fil 1,29).
Kiko prima dice che nessuno deve dire alle persone che ci si deve sacrificare e poi vuole invece che, al suo comando, esse si sacrifichino, altrimenti, addirittura non si salveranno.
"Il cristianesimo non é una tortura. Gesù non è venuto a torturare nessuno, non è venuto per dire: sacrificatevi peccatori, soffrite e sopportate come io ho sofferto. Che nessuno dica cose simili. GESÙ CRISTO è venuto a soffrire perché tu non soffra, è venuto a morire perché tu non muoia: Lui sì che muore, tu no; in modo che ti regala gratuitamente la vita, a te e all'ultimo disgraziato della terra, al più peccatore, al più vizioso, all'assassino, a chiunque sia si regala una vita eterna che non finisce mai" (pag. 222). Commento: (N.d.R. = L’argomentazione assomiglia alla posizione luterana, secondo la quale, essendo l’uomo sempre peccatore, non deve fare nulla per imitare Gesù, ma solo avere fede fiduciale in Lui = N.d.R.)
Incredibilmente, anche qui, Kiko si contraddice da solo. Infatti negli "Orientamenti alle équipes di catechisti per la iniziazione alla preghiera" (1977-1981), egli stesso afferma: "Dio per poter preparare il suo popolo lo deve portare nel deserto e nel deserto si soffre; se non vuoi soffrire, non ti preoccupare, cancellati dal cristianesimo ed è finita. Dovrai passare per la purificazione, perché il Signore ti deve preparare per essere il suo popolo" (p. 208).
"Chi venga qua per non avere sofferenze è pazzo! Chi viene qua cercando di scappare dalle sofferenze normali che tutti gli uomini hanno per il lavoro, per un figlio, per una malattia, è pazzo assolutamente!" (p. 408).
Lo stile di Kiko sembra essere questo: "Non devi ascoltare nessuno che ti invita a seguire Gesù soffrendo e sacrificandoti per Lui. Solo le richieste di sacrificio che vengono dai catechisti neocatecumenali vengono da Dio: se non obbedisci non entri nel Regno, addirittura non ti salvi!".
Kiko, quindi, prima ipnotizza e illude con un cristianesimo facile, poi impone obbedienze assolute.
"Per la gente Gesù, in quanto Dio, serve solo a questo: per dimostrare quanto ci ha amato soffrendo per noi. Perché se uno soffre per te, ti dimostra, IN UNA FORMA MOLTO PRIMITIVA E PSICOLOGICA CHE TI AMA. Perciò croce e sangue. Quanto ha sofferto Gesù per noi, per te e per me! Però la morte e la resurrezione non la capiscono" (pag. 12)."IL REGNO DI DIO STA ARRIVANDO CON NOI" (pag. 12-13).
Il cristiano, ogni cristiano (anche chi non fa parte di queste comunità neocatecumenali), una volta ricevuto lo Spirito Santo, riceve un fuoco nel cuore, che lo trasfigura e lo fa vivere come un altro Cristo, che salva come Cristo. Ogni cristiano diventa un CO-REDENTORE, salva anime (1 Pt 1,9) usando gli stessi mezzi e gli stessi strumenti usati dal nostro Maestro (Lc 6,40); attraverso la Croce(Gv 12,32; 3,14; 8,28). Il Papa Giovanni Paolo II ha spesso detto: "LE ANIME SI SALVANO SUL CALVARIO" (1 Cor 1,22-23)(1 Cor 2,2)(Gal 6,14).
Il dono della fede e dello spirito esige la necessità di partecipare alla sofferenze di Cristo (Atti 9,15-16; Fil 3,10;1 Pt 2,19-21; Ef 5,1-2; 2 Cor 4,10; Fil 1,9 2 Tes 1,4-5; 1 Pt 2,4-5); cfr. C.C.C., n. 307, n. 618, n. 793, n. 1368, n. 2100, n. 2099.
S. Pietro dice: "A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi UN ESEMPIO PERCHÉ NE SEGUIATE LE ORME" (1 Pt 2,21). Gesù stesso dice: "Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi" (Gv 13,15); cfr. 1 Cor 11,1; Fil 3,17; 1 Cor 4,16; Fil 2,5; 2 Tess 3,7).
In questi inviti della Bibbia non si tratta, come pensa scioccamente Kiko, di pelagianesimo o di moralismo perché la parola di Dio non può ingannare, ma la parola di Dio con quelle parole indica sia le vie della grazia, le vie veramente di Dio; sia le possibilità che dà la grazia di Dio: possiamo seguire l'esempio di Cristo, perché Cristo ci dona la sua grazia, il suo spirito (cfr. Fil 4,13). Il cristiano vive nella grazia di Cristo, opera nella grazia e con la grazia di Cristo, tutto quello che fa, lo fa grazie al dono della grazia di Cristo, e sa che non deve riporre fiducia, quindi, in quello che fa, come lo facesse con le sue forze, da solo.
Quando Gesù dice: "Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare" (Lc 17,10), non dice che non bisogna fare, agire, operare, perché questo lo possiamo (in virtù della grazia: "abbiamo fatto quanto dovevamo fare) ma mette in guardia dal sentirci i "padroni" di quello che abbiamo fatto!
Ecco perché è in errore Kiko quando dice: "Non serve dire: sacrificatevi, vogliatevi bene, amatevi. E se qualcuno ci prova si convertirà nel più gran fariseo, perché farà tutto per la sua perfezione personale" (pag.136).
Infatti negli "Orientamenti alle équipes di catechisti per la iniziazione alla preghiera (1977-1981), egli stesso, incredibilmente, afferma: "Allora, fratelli, che succede? Succede che se vuoi continuare il cammino neocatecumenale, devi sacrificarti; tutta questa settimana fino al rito devi cominciare a digiunare. Io non so cosa pensi di fare (nessuno se ne deve accorgere) ma se non obbedisci ti giochi la possibilità di continuare. Se tu non hai obbedito, forse passerai qui un altro anno, ma non finirai qui, questo te lo dico io; tu con noi non finirai, non entrerai nella Terra. /.../ Tu devi dimostrare a te stesso che ami Gesù Cristo, che sei disposto a volergli bene più che a te stesso; ti devi violentare, digiunare, digiunare!" (p. 217). "Questo digiuno, questo sacrificio bisogna farlo in modo nascosto, Fate il sacrificio che vi sentite di fare, per il Signore: lasciate di fumare questi giorni, privatevi di qualcosa che per voi suppone un sacrificio, quello che sia, e l’offrite al Signore senza che nessuno lo sappia" (p. 220).
Kiko, dopo aver attaccato e ridicolizzato chiunque chieda di fare sacrifici, piccole mortificazioni, ecc. poi è lui stesso a chiederli ai membri del suo gruppo: anzi chi non obbedirà non entrerà nel Regno, addirittura rischia di non salvarsi!!
I neocatecumeni dunque, da una parte, sbraitano in continuazione: "La grazia, la grazia, niente moralismo, niente pelagianesimo; le opere buone non servono"; poi dall’altra parte impongono obbedienze feroci che se non sono eseguite, addirittura uno non si salva!
È come se ci si trovasse di fronte ad una specie di luteranesimo dottrinale e un pelagianesimo pratico! Commento: Qualsiasi cristiano (anche chi non fa parte di queste comunità neocatecumenali) che viva in grazia di Dio, che "cammina nello spirito", mosso dalla grazia e sotto l’azione della grazia, fa benissimo a mortificare l’uomo vecchio (cfr. Rom 8,13) e quando lo fa o ci prova non è un fariseo ma mette in pratica la vera Parola di Dio!
Quando Gesù dice: "Sforzatevi di entrare per la porta stretta (Lc 13,24) non è un invito a diventare pelagiani (sic!) o a fare del moralismo, ma è il più caritatevole avvertimento a non illudersi di potersi salvare senza collaborare con la grazia, senza far niente, senza combattimento spirituale, senza che costi niente, senza che richieda niente, come se fosse un atto magico o meccanico-automatico di Dio nei nostri riguardi.
Con quella frase Gesù "afferma con vigore - dice il Papa Giovanni Paolo II - che il raggiungimento della salvezza richiede sacrificio e lotta. Per entrare per quella porta stretta, bisogna, afferma letteralmente il testo greco, "agonizzare" (agonizeste) cioè lottare vivacemente con ogni forza, senza sosta e con fermezza di orientamento... La porta stretta è innanzitutto l'accettazione... della parola di Dio... è l'osservanza della legge morale... è l'accettazione della sofferenza come mezzo di espiazione e di redenzione per sé e per gli altri... è in una parola l'accoglimento della mentalità evangelica" (Domenica 24 Agosto 1980 - omelia durante la Messa a Castel Gandolfo).
"Il cammino della perfezione passa attraverso la croce. Non c'è santità senza rinuncia e senza combattimento spirituale. Il progresso spirituale comporta l'ascesi e la mortificazione, che gradatamente conducono a vivere nella pace e nella gioia delle beatitudini" (C.C.C., n° 2015).
Attenzione, dunque, che per evitare l'eresia del pelagianesimo non si cada nell'eresia opposta, quella del QUIETISMO (cfr. Dz 2201-2269; Dz 2351-2374), nella quale l'individuo è completamente passivo; sforzarsi di operare attivamente sarebbe offendere Dio; Dio solo deve tutto operare, deve compiere la sua volontà in noi, senza di noi, come se gli uomini fossero solo burattini, cadaveri, con cui Dio gioca.
I catechisti neocatecumenali ripetono spesso (con una frase che sa di luteranesimo) che le opere buone non servono, l’unica cosa che conta è la fede. Eppure è scritto: "La fede senza le opere è morta" (Gc 2,14-26).
Commento: Kiko dimentica non solo che le opere buone, quelle vere, sono opera dello Spirito Santo in noi e con noi, (Mt 5,16) e che "a Giaffa c'era una discepola chiamata Tabità... la quale abbondava in opere buone e faceva molte elemosine" (At 9,36) e la Scrittura le loda e le incoraggia (Rom 14,19; 2 Cor 9,8; Ef 2,10; 1 Tm 2,10; Tt 2,14; 1 Tm 5,25; 1 Tm 6,18; Tito 3,1; Eb 10,24; Ap 19,8), ma Kiko dimentica anche che, ricevuta la grazia di Dio, le opere buone, compiute in grazia di Dio, procurano una crescita della grazia (cfr. C.C.C., nn. 2009-2011).
Era quanto aveva già affermato da quel Concilio di Trento di cui Kiko parla sempre con orrore al Capo X della Sessione 6 - decreto sulla giustificazione: "Giustificati /.../ i cristiani camminano di virtù in virtù... Nella stessa giustizia ricevuta per grazia di Cristo, cooperando la fede con le buone opere (Gc 2,22) crescono e vengono sempre più giustificati (Ap 22,11). Alla fine del Decreto, al Can. 24 è precisato: "Se qualcuno dirà che la giustizia avuta non si conserva e non si aumenta davanti a Dio con le buone opere, ma queste opere sono solo frutto e segno della giustificazione conseguita, non però causa del suo aumento, sia scomunicato".
Nell’AT si offrivano animali, nel NT ogni battezzato offre la propria vita in Cristo, al Padre, per mezzo dello Spirito Santo ad imitazione dell’Agnello di Dio per la salvezza dei peccatori (SC, n.48). Nel NT non è stato abolito il "sacrificio", ma è stato cambiato ciò che viene offerto in sacrificio: non più sacrifici esteriori di animali, ma il sacrificio interiore della propria vita per la salvezza dei fratelli.
11) Esasperata esaltazione della Resurrezione a scapito degli altri aspetti del mistero pasquale
In tutto il testo c'è una continua ed esasperata esaltazione della Resurrezione e una svalutazione degli altri aspetti del mistero pasquale.
Per Kiko sembra che solo la Resurrezione costituisca la Redenzione, invertendo così le priorità delle cause e generando uno squilibrio che si ripercuote sulla spiritualità del gruppo. Ma "la resurrezione non abolisce gli insegnamenti del Vangelo, ma li conferma" (Leon Dufour, Dizionario di teologia biblica, Marietti, 1984, p. 1213). Lo stesso si dica nei riguardi della Passione e Morte di Gesù: "la Resurrezione non abolisce la Passione e Morte di Gesù, ma li conferma".
Anche per questo sarà bene leggere con attenzione il CATECHISMO della CHIESA CATTOLICA (Roma, 1992) il quale al n° 517 dice: "La Redenzione è frutto innanzitutto del sangue della Croce (Ef 1,7; Col 1,13-14; 1 Pt 1,18-19), ma questo Mistero opera nell'intera vita di Cristo:...nella sua Incarnazione... nella sua vita nascosta... nella sua parola... nelle sue guarigioni... nella sua Resurrezione, con la quale ci giustifica (Rom 4,25).
Inoltre c'è da dire che per Kiko sembra che il fine primario dell'Incarnazione e della Redenzione, non è liberarci dal peccato e renderci partecipi della vita stessa di Dio, ma liberarci dalla paura della morte (pag. 48-49-50-65-86-138-139- soprattutto da pag. 128 in poi). Kiko espone una interpretazione soggettiva, unilaterale e faziosa di Eb 2,14-15, secondo la quale l'uomo pecca, non ama, perché ha paura della morte, perché non vuol morire; mentre invece è vero esattamente il contrario: la morte è conseguenza del peccato e non causa del peccato; infatti negli Angeli caduti c'è stato il peccato ma non c'è la morte; e Adamo quando peccò la morte non c'era, non era ancora entrata nel mondo - (Rom 5,12) - la morte entrò nel mondo dopo il peccato!
I contenuti più aberranti del testo sono espressi da pag. 315 a pag. 335 bis, in cui Carmen fa "sfoggio" di una lucida ignoranza pari ad un’altrettanta profonda incompetenza.
"Dice S. Giustino: IL GIORNO CHE SI CHIAMA DEL SOLE, si celebra una riunione"... Per i cristiani il sacramento autentico istituito ed inaugurato da Gesù Cristo... è la notte pasquale e come prolungamento e partecipazione di questa notte: la domenica" (pag. 317) (N.d.R. = Per la centralità della Domenica e non del sabato, né tantomeno della notte del sabato, che non è sacramento! - si legga il Catechismo della Chiesa Cattolica soprattutto al n° 2177 e poi anche i n° 1166 ss; 1175; 1343; 1389; 1572; 2043; 2174 ss; e poi si legga nel testo originale Giustino, Apologia I, n° 67 dove si parla della Domenica e dove si dice che è il presidente che fa l'omelia, non l'assemblea, come fanno i neocatecumenali = N.d.R.).
"Troviamo poi un'assemblea che si riunisce. Non si concepisce in alcun modo un rito individuale... Non ci può essere una Eucaristia senza l'assemblea che la proclama... Non c'è Eucaristia senza assemblea... perché l'Eucarestia è l'esultazione dell'assemblea umana in comunione (pag. 317); "L'Eucaristia è principalmente una esultazione, una risposta all'intervento di Dio" (pag. 287). "L'Eucaristia è essenzialmente una proclamazione... una confessione di quello che Dio ha fatto... L'Eucaristia è essenzialmente una risposta, una proclamazione, una confessione e un'azione di grazie a Dio per la sua Parola, che viene fatta presente in un'azione sacra" (pag. 289); Commento: L’essenza dell’Eucaristia non è quella esposta da Carmen ma quanto chiaramente affermato dal Concilio Vaticano II nella Sacrosanctum Concilium, nn. 47-48 (cfr. C.C.C. n. 1323; nn. 1356-1383). Quando si usa il termine "essenzialmente" si vuole indicare la dimensione fondante della realtà di cui si parla. Le affermazioni emozionali di Carmen riducono l’Eucaristia, essenzialmente, solo all’atteggiamento soggettivo della persona o della comunità di fronte all’intervento di Dio: l’eucaristia è vista, essenzialmente, solo nella dimensione soggettiva, nella preghiera soggettiva di lode e di ringraziamento che la persona o l’assemblea fa di fronte all’intervento di Dio.
Con molta sicumera Carmen, infatti, afferma: "L’apparizione di Dio provoca immediatamente nell’uomo una risposta. Questa risposta è proprio l’Eucaristia" /.../ "Per la Chiesa primitiva l’Eucaristia è soprattutto la Berachà ebraica. È essenzialmente questa risposta all’intervento di Dio" (p. 289).
Fatte queste premesse non si capisce in che cosa l’Eucaristia si distinguerebbe da una Liturgia della Parola, oppure da una preghiera rivolta a Dio per lodarlo e ringraziarlo di un suo intervento.
Oltre alla scomparsa e alla distruzione della dimensione oggettiva dell’Eucaristia Carmen dice che "SE NON C'È ASSEMBLEA NON C'È EUCARISTIA". Nel Magistero della Chiesa non troviamo questi assolutismi.
Commento:
Nel Messale Romano (I.G.M.R. - Cap. 1- n° 4) è detto: "Non sempre si può avere la presenza e l'attiva partecipazione dei fedeli - che manifestano più chiaramente la natura ecclesiale dell'azione liturgica - sempre però la celebrazione eucaristica HA L'EFFICACIA E LA DIGNITÀ CHE LE SONO PROPRIE, IN QUANTO È AZIONE DI CRISTO E DELLA CHIESA e il sacerdote vi agisce sempre per la salvezza del popolo" - N.d.R.)
Già il Papa Paolo VI - nella Mysterium Fidei - n° 5 - aveva messo in guardia: "...tra quelli che parlano e scrivono di questo Sacrosanto Mistero (l'Eucaristia N.d.R.) ci sono alcuni che circa le Messe private, il dogma della transustanziazione e il culto eucaristico, divulgano certe opinioni che turbano l'animo dei fedeli ingenerandovi non poca confusione intorno alle verità di fede...
NON È INFATTI LECITO, tanto per portare un esempio, esaltare la Messa così detta "comunitaria" in modo da togliere importanza alla Messa privata; né insistere sulla ragione di segno sacramentale come se il simbolismo... esprimesse esaurientemente il modo della presenza di Cristo...... o anche discutere del mistero della transustanziazione senza far cenno della mirabile conversione di tutta la sostanza del pane nel corpo e di tutta la sostanza del vino nel sangue di Cristo, conversione di cui parla il Concilio di Trento...... o finalmente proporre e mettere in uso l'opinione secondo la quale nelle ostie consacrate e rimaste dopo la celebrazione del sacrificio della Messa nostro Signore Gesù Cristo non sarebbe più presente".
"Ogni Messa, anche se privatamente celebrata da un sacerdote, non è tuttavia cosa privata, ma azione di Cristo e della Chiesa" (Myst. Fidei n° 15). "Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa" (S.C. n° 26).
Ritorniamo alla falsa catechesi di Carmen: "Giustino dopo dice... Il Presidente fa l'omelia... il presidente non fa sermoni, non dice che dobbiamo essere buoni e non cattivi..." (pag. 318). (N.d.R. = Il testo originale di Giustino - Apologia I - n° 67 - dice: "... poi... quando il lettore ha cessato, chi presiede (non l'assemblea!) parla ammonendo ed esortando ad imitare tutti i begli esempi sentiti" = N.d.R.).
Da Carmen e da Kiko viene imposta la falsa e fuorviante tesi che le idee sacrificali sono pagane e introdotte nell'eucaristia a causa dei pagani. "Nella Chiesa entra gente che viene dai templi pagani... comincia a vedere nel culto cristiano le stesse cose che faceva nella sua vecchia religione...così troviamo che entrano nella Liturgia tutta una serie di idee delle religioni naturali: offrire cose a Dio per placarlo... abbiamo già visto che Dio ha fatto passare Israele da una liturgia sacrificale; ad una di lode..."(p. 320).
"Adesso questa gente che entra nella Chiesa torna a quello che già il popolo di Israele aveva superato e comincia a vedere nella liturgia cristiana i riti religiosi pagani (pag. 320); "Ma soprattutto questa massa di gente pagana, vede, la liturgia cristiana con i suoi occhi religiosi: l'idea del sacrificio. C'è un completo retrocedere all'Antico Testamento... queste idee sacrificali...; che erano state superate dallo stesso Israele...; ritornando alle idee sacrificali e sacerdotali del paganesimo /.../ Ma in questa epoca l'idea di sacrificio non è intesa così ma nel senso pagano. Ciò che essi vedono nella Messa è che qualcuno si sacrifica, cioè il Cristo"(p. 322).
"Nell'Eucaristia vedono soltanto il sacrificio della Croce di Gesù Cristo. E se oggi chiedeste alla gente qualcosa a questo proposito, vi direbbe che nella Messa vede il Calvario. (pag. 322)"...in questi secoli...Si giunge ad una superstizione completa (pag. 324) "Carmen vi ha spiegato come le idee sacrificali, che Israele aveva avuto ed aveva sublimato, si introdussero di nuovo nella Eucaristia cristiana" (pag. 333).
Mentre a p. 162 del testo era detto che è un errore vedere nell’Eucaristia solo il sacrificio, qui a p. 322 si afferma invece con chiarezza che l’eucaristia non è per niente un sacrifico (vedere nella messa qualcuno che si sacrifica sarebbe paganesimo! cfr. vv. 35-41), ma solo un sacrificio di lode. A p. 333 del testo Kiko conferma di avere le stesse idee sbagliate esposte da Carmen: "Carmen vi ha spiegato come le idee sacrificali, che Israele aveva avuto ed aveva sublimato, si introdussero di nuovo nella Eucaristia cristiana".
1) Il Papa Giovanni Paolo II - La Cena del Signore n° 8 - dice: "Il mistero eucaristico disgiunto dalla propria natura sacrificale e sacramentale CESSA SEMPLICEMENTE DI ESSERE TALE". 2) La "Istruzione sul culto del mistero eucaristico" - (n° 3 a) - dice: "La Messa, o cena del Signore è contemporaneamente e inseparabilmente: 1) sacrificio in cui si perpetua il sacrificio della croce; 2) memoriale della Morte e Resurrezione del Signore; 3) sacro convito in cui, per mezzo della comunione del Corpo e del Sangue del Signore, il popolo di Dio partecipa ai beni del Sacrificio pasquale". E al n° 3 c, precisa: "La celebrazione eucaristica /.../ In essa infatti, il Cristo, perpetuando nei secoli in modo incruento il sacrificio compiuto sulla croce (S.C. n° 47), mediante il ministero dei sacerdoti, si offre al Padre per la salvezza del mondo" (N.d.R. = Invece Carmen, dogmaticamente, dice che nell'Eucaristia non c'è nessuna offerta! - cfr. pag. 328 = N.d.R.). 3) "E la Chiesa, sposa e ministra di Cristo, adempiendo con lui all'ufficio di sacerdote e vittima, lo offre al Padre e insieme offre tutta se stessa con lui (L.G. 11; S.C. n° 47-48; P.O. n° 2 e 5) /.../ il sacrificio eucaristico è la fonte e il culmine di tutto il culto della Chiesa e di tutta la vita cristiana (L.G.11; S.C. 41; P.O.2,5,6; U.R. 15). A questo sacrificio di rendimento di grazie, di propiziazione, di impetrazione e di lode i fedeli partecipano con maggiore pienezza, quando non solo offrono al Padre con tutto il cuore, in unione con il sacerdote, la sacra vittima e, in essa, loro stessi, ma ricevono pure la stessa vittima nel sacramento (n° 3 e)".
Negazione protestante del carattere sacrificale dell'Eucaristia
I protestanti, preceduti da Giovanni Wicliff (circa 1320-84), negarono il carattere sacrificale dell’Eucaristia. Secondo Harnach e Wieland, la Chiesa dei primi due secoli avrebbe conosciuto solo un sacrificio soggettivo e spirituale di lode.
"Negare la natura sacrificale della celebrazione eucaristica significa incorrere nella censura di eresia" (Giovanni Paolo II, Lettera apostolica, AD TUENDAM FIDEM, Nota dottrinale illustrativa, n. 5, 9, 11).
A proposito del sacrificio nell'A.T. e nel N.T.: "Cristo non abolì il culto antico ma lo portò alla sua perfezione; disse infatti: Non sono venuto per abolire, ma per dare compimento" (Mt 5,17). Nell'A.T. si offrivano in sacrificio animali; nel N.T. in Cristo, per Cristo e con Cristo si offre la propria vita: è cambiato il contenuto del sacrificio e la qualità del sacrificio ma non è abolita la categoria del sacrificio (Ef 5,1-2; 1 Pt 2,4-5; Rom 12,1-2; cfr. L.G. 10,a; L.G. 11,b; S.C. 48). Inoltre è veramente sciocco pensare che la Chiesa avrebbe stravolto e falsificato la Liturgia che è la fede celebrata, che è testimonianza della fede, solo per far piacere ai pagani!
Per quanto riguarda l'Offertorio - che secondo Carmen è pure esso un rito pagano (cfr. pag. 321) e che avrebbe perso importanza nella Riforma (cfr. pag. 327) - si può affermare con certezza che l'Offertorio non deriva dai pagani.
Commento: Il primo a parlare di offerta del pane e del vino da parte dei fedeli è S. Ireneo (135-200 d.C.) come segno di gratitudine dei fedeli verso Dio Creatore. Così ne parlano anche Tertulliano (160-220 d.C.) e S. Cipriano (+ 258 d.C.). La riforma liturgica del Concilio ha ripristinato la processione offertoriale. Nelle sante Messe celebrate dal Papa a S. Pietro c'è una lunga processione che porta all'altare doni di ogni genere. Il Papa e tutta la Chiesa seguirebbero, allora, riti pagani??? Carmen poi dice che "questa gente non vive più la Pasqua... la liturgia si riempie di queste idee di offerta e di molte altre legate ad una mentalità pagana" (pag. 321).
NON SERVIREBBE- SECONDO CARMEN - OFFRIRE SE STESSI IN CRISTO AL PADRE "Io stesso mi ricordo che l'offertorio era per me di un'importanza che non potete immaginare: con l'ostia pura, santa e immacolata ti offri tu, il tuo lavoro e il giorno che comincia" (pag. 321 righe 30-33). Commento: Carmen, con la sua filosofia soggettiva, finisce per considerare pagano quello che invece nel Magistero è indicato come l'atteggiamento veramente maturo e vertice della vita cristiana. Nel Messale Romano si legge: "La Chiesa desidera che i fedeli non solo offrano la vittima immacolata, ma sappiano offrire anche se stessi e così perfezionino ogni giorno di più per mezzo di Cristo Mediatore, la loro unione con Dio e con i fratelli. (I.G.M.R. n° 55 F - ed. tipica italiana - Roma, 1973 - pag. XXV; cfr. S.C. 48; P.O. 5; Eucharisticum Mysterium n° 12; La Cena del Signore n° 9). Il Papa Giovanni Paolo II (La Cena del Signore n° 9) dice: "La consapevolezza dell'atto di presentare le offerte dovrebbe essere mantenuta per tutta la Messa. Anzi deve essere portata a pienezza al momento della consacrazione e dell'oblazione anamnetica, come esige il valore fondamentale del momento del sacrificio". PER CARMEN NIENTE TRANSUSTANZIAZIONE. SOLO TRANSIFIGNAZIONE? 1) Per quanto riguarda la transustanziazione che Kiko e Carmen ridicolizzano e rifiutano con orrore luterano, essi affermano: "Lutero non negò mai la presenza reale, negò solo la parolina "transustanziazione" che è una parola filosofica che vuole spiegare il mistero" (pag. 325) (N.d.R. = Carmen ignora che la parola non vuole spiegare il mistero - ma solo descriverlo; il termine descrive solo ciò che accade al momento della consacrazione = N.d.R.). La transustanziazione "è uno degli articoli di fede" (Myst. Fidei n° 29) "...La conversione di tutta la sostanza del pane nel corpo di Cristo e di tutta la sostanza del vino nel suo sangue; conversione singolare e mirabile che la Chiesa Cattolica chiama giustamente e propriamente transustanziazione" (Myst. Fidei n° 24).
"Salva l'integrità della fede, è necessario anche serbare un esatto modo di, parlare, affinché... non vengano in mente... false opinioni (idem n° 9. "La norma di parlare, dunque, che la Chiesa... ha stabilito... deve essere... osservata... poiché quelle formule... esprimono concetti che non sono legati a una certa forma di cultura, non a una determinata fase del progresso scientifico, non all'una o all'altra scuola teologica, ma presentano ciò che l'umana mente percepisce della realtà nell'universale e necessaria esperienza: e però tali formule sono intellegibili per gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi" (Myst. Fid. n° 10). "Tale conversione misteriosa è chiamata dalla Chiesa in maniera assai appropriata transustanziazione" (Credo del Popolo di Dio - Paolo VI - n° 25; Eucharisticum Mysterium n° 31 f; Catechismo della Chiesa Cattolica n° 1376, Roma, 1992). La "transignificazione" non ammette la presenza reale di Cristo nel pane consacrato!
"L’orate frates è l’esempio maggiore di tutte queste preghiere che furono introdotte nella messa di tipo individuale, penitenziale e sacrificale. Riassume tutte le idee medievali della messa: Pregate fratelli perché questo sacrificio "mio" e "vostro" sia gradito a Dio. E la risposta era ancora peggiore: il Signore riceva dalle "tue mani" questo sacrificio. A Papa Paolo VI hanno fatto una catechesi speciale per spiegargli che bisognava toglierlo. Paolo VI fu convinto di questo, ma disse di non toglierlo per motivi pastorali" (p. 328). Per Carmen la Messa non solo non è un sacrificio ma lei non crede che il sacrificio eucaristico è offerto dal sacerdote a nome di tutto il popolo, come afferma il Concilio Vaticano II (LG, 10 b; PO, 2 b,d; 5 a; SC, 48; cfr. Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, n. 48).
Per la questione del comunicare sotto le due specie (pag. 326) il Concilio di Trento (sess. XXI) dichiara: "La comunione sotto le due specie non è di diritto divino per coloro che non celebrano la messa". Il Concilio Vaticano II concederà più spazio alla comunione sotto le due specie, ma non contraddice Trento né autorizza a fare sempre la comunione sotto le due specie: questo è un abuso non dipeso dal Concilio.
Kiko e Carmen rivolgono violenti attacchi al culto eucaristico fuori della messa (niente adorazioni al SS. Sacramento - pag. 329; niente esposizioni, processioni col Santissimo e niente devozioni eucaristiche - pag. 330). "Come cosa separata dalla celebrazione cominciano le famose devozioni eucaristiche: l’adorazione, le genuflessioni durante la messa ad ogni momento, l’elevazione perché tutti adorino.....Tutto questo è già molto lontano dal senso della Pasqua. L’adorazione e la contemplazione sono specifiche della Pasqua, ma dentro la celebrazione, non come cose staccate"(p. 331). Per Kiko e Carmen se la presenza di Cristo si ha solo durante la celebrazione eucaristica, è evidente che non ha senso l’adorazione fuori della Messa.
Commento:
Paolo VI (Credo del Popolo di Dio n° 26): "Ed è per noi un dovere dolcissimo onorare ed adorare nell'ostia santa, che vedono i nostri occhi, il Verbo Incarnato, che essi non possono vedere e che, senza lasciare il cielo, si è reso presente dinanzi a noi". Giovanni Paolo II (La cena del Signore n° 3): "L'adorazione di Cristo in questo Sacramento d'amore deve poi trovare la sua espressione in diverse forme di devozione eucaristica: preghiere personali davanti al Santissimo, ore di adorazione, esposizioni brevi, prolungate, annuali (quarantore), benedizioni eucaristiche, processioni eucaristiche, congressi eucaristici". (cfr. Myst. Fid. n° 31-36; Eucharist. Myst. n° 49-66; Catechismo della Chiesa Cattolica n° 1378-1381; 1418).
Con superficialità e leggerezza Carmen si scaglia contro le briciole del pane consacrato. Farebbe bene, invece di ripetere i suoi errori, a leggere con attenzione il Catechismo del Chiesa Cattolica che, riassumendo, l'insegnamento bimillenario della Chiesa precisa: "La presenza eucaristica di Cristo ha inizio al momento della consacrazione e continua finché sussistono le specie eucaristiche. Cristo è tutto e integro presente in ciascuna specie e in ciascuna sua parte; perciò la frazione del pane non divide Cristo" (n° 1377). (N.d.R. = Bisogna fare attenzione ad evitare profanazioni eucaristiche, come ad esempio quello di briciole di pane consacrato che cadono a terra, non sono raccolte e sono calpestate. = N.d.R.)
Quanto Carmen ha "sbandierato" in questa falsa catechesi è in stridente contrasto con l'insegnamento del Magistero. 1) Il Credo di Paolo VI ("riferimento sicuro per il contenuto della catechesi" - Catechesi Tradendae n° 28) riassume in modo sintetico ed essenziale l'insegnamento di sempre della Chiesa: "Noi crediamo che la Messa... è il Sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari... Noi crediamo che... il pane e il vino consacrati dal sacerdote sono convertiti nel Corpo e Sangue di Cristo" (n° 24).
2) Giovanni Paolo II - La cena del Signore n° 9: "L'Eucaristia è soprattutto un sacrificio: sacrificio della Redenzione e, al tempo stesso, sacrificio della Nuova Alleanza..". 3) Il Catechismo della Chiesa Cattolica dopo aver presentato come è chiamato questo Sacramento (n° 1328-1332), indica che il sacrificio sacramentale è azione di grazie, memoriale presenza; azione di grazie - n° 1359-1361; memoriale del suo Sacrificio - n° 1362-1365"; attualizzazione e offerta del suo unico sacrificio. n° 1366: "L'Eucaristia è dunque un sacrificio perché ri-presenta (rende presente) il sacrificio della croce, perché ne è il memoriale e perché ne applica il frutto...". n° 1367: "Il sacrificio di Cristo e il Sacrificio dell'Eucaristia sono un unico sacrificio.."; n° 1368-1372: "L'Eucaristia è anche il sacrificio della Chiesa..."; n° 1373-1381: la presenza di Cristo operata dalla potenza della sua Parola e dello Spirito Santo (transustanziazione e culto eucaristico); n° 1382-1383: il banchetto pasquale: "La Messa è ad un tempo e inseparabilmente il memoriale del sacrificio nel quale si perpetua il sacrificio della croce e il sacro banchetto della Comunione al Corpo e al Sangue del Signore".
Alla falsa catechesi di Carmen possono essere applicate le correzioni che la Commissione Cardinalizia apportò al Nuovo Catechismo Olandese a proposito del sacrificio della croce perpetuato nel sacrificio eucaristico, realtà che doveva essere ben precisata (Il nuovo Catechismo Olandese, Ed. E.D.C., Torino, Leumann, 11 ed. 1988, pag. 52-54 del Supplemento).
Questo catechismo olandese - tra l'altro - era arrivato ad affermare, stravolgendo la fede con i suoi sofismi che: "Il nostro atteggiamento nel sacrificio è inoltre tutto speciale. Di fatto il sacrificio è stato consumato. In realtà noi non compiamo alcun sacrificio. D'ora innanzi siamo esenti per sempre da ogni sacrificio (è l'idea di Kiko! = N.d.R.). Ci associamo all'unico sacrificio. E lo facciamo mangiando. Pasto e sacrificio non stanno l'uno accanto all'altro. Il sacrificio è un pasto. Significa che lo riceviamo prendendo e mangiando..." (ed. cit. pag. 412).
Sempre per la falsa catechesi di Carmen può essere applicato anche l'avviso che il Papa Giovanni Paolo II fa a proposito di un errore che si può commettere con L'Eucaristia: "..e cioè considerare la Messa soltanto come un banchetto al quale si partecipa ricevendo il Corpo di Cristo, per manifestare soprattutto la comunione fraterna" (La cena del Signore n° 11).
Non si può dunque ridurre l'Eucaristia solo alla "esultazione dell'assemblea umana in comunione", come fa Carmen. Del resto è ovvio che non partendo dalla reale natura del Sacramento, si debba giungere a conclusioni sbagliate. La Messa è la ripresentazione del Sacrificio della Croce di Cristo e la partecipazione viva a genera un atteggiamento personale di adorazione, di contemplazione, di silenzio orante, di partecipazione d'amore al mistero, di com-passione col nostro Signore e Maestro, e direi - ben compresa - di estasi (= uscire fuori da se stessi), di meraviglia estatica (che la Liturgia rende con l'espressione: "mistero della fede", dopo la consacrazione), ecc. Dopo l'adorazione genera il ringraziamento, la gioia intima e profonda, quella gioia cristiana che non è la gioia come la dà il mondo, così come la pace cristiana non è la pace come la dà il mondo (Gv 14,27). Carmen, inoltre, pensa che la Chiesa ha appena cominciato a convertirsi (pag. 328: "La rinnovazione è appena cominciata") e che diventerà la vera Chiesa di Cristo solo quando diventerà completamente neocatecumenale!
13) Falsità sulla storia e sul sacramento della penitenza
È vero invece il contrario: false idee e falsi stili di vita che si sono diffusi, hanno creato, in chi ne è stato "vittima", un atteggiamento di ostilità verso il Sacramento della penitenza (cfr. José Saraiva Martins - Il Mistero del Perdono - Pontificia Università Urbaniana, Roma 1991, pag. 14-20).
Carmen mette in evidenza solo l’azione di Dio nella conversione, solo il dono di Dio e non anche l’impegno dell’uomo, all’interno della grazia (cfr. p. 163, righe 27-30; cfr. p. 164, righe 23-25; cfr. p. 165, righe 16-18). Nella sua esposizione c’è unilateralità. Non c’è dubbio che l’iniziativa della conversione è di Dio, ma al dono di Dio deve corrispondere la collaborazione e l’impegno dell’uomo (C.C.C., n. 1993, n. 2002). Se fosse vero che la conversione non esige l’impegno dell’uomo, sempre "nella grazia", ma tutto consiste nel dire all’uomo "Dio è pronto a perdonarti", allora l’uomo potrebbe continuare a condurre la vita di prima e, nello stesso tempo, essere accolto dalla Chiesa e ricevere i sacramenti. È una riproposizione del "pecca fortiter sed crede firmiter" di....Lutero!
Carmen con questa esposizione unilaterale distrugge tutta la catechesi sul combattimento spirituale, sulla penitenza e sull’ascesi che abbiamo riportato nelle pp. 33-34. * Contro la corrente pelagiana è di fede che l’iniziativa di tutto il processo di conversione spetta a Dio; * contro la corrente luterana è certo che la conversione è animata dalla contrizione (dispiacere di aver offeso Dio, proposito di emendarsi) che deriva dalla grazia e comporta, sotto l’azione della grazia, l’impegno a mortificare l’uomo vecchio, ad "abbassare le montagne e riempire i burroni" (cfr. Rom 8,13; Lc 13,24; 16,16; 9,23-25; At 24,16; Fil 3,12; Tt 3,8; Mt 17,24-26; Mc 8,34-35). Nel testo tutto quello che è combattimento spirituale, di fatto, viene disprezzato e rubricato senza discernimento sotto la voce "volontarismo o moralismo". Si tratta di un grave squilibrio che sembra essere in armonia col concetto luterano di peccato che è già stato evidenziato.
Una cosa è il quadro generale della Storia della salvezza, un'altra cosa sono le caratteristiche specifiche del Sacramento della Penitenza (Saraiva Martins - op. cit. - pag. 151-168 = elementi essenziali del Sacramento; pag. 175-211 = Le dimensioni della penitenza cristiana: dimensione verticale, ecclesiale e personale). L’essenza del sacramento della penitenza sono gli atti del penitente e l’assoluzione del sacerdote (C.C.C., nn. 1448-1467).
S. Paolo, nelle sue lettere, presenta una lista di peccati - che non sono l'apostasia - e che escludono dal Regno di Dio (Gal 5,19-21; 1 Cor 6,9-10); così pure (Ap 21,8; 22,15). Inoltre questa tesi assomiglia a quella della "opzione fondamentale" criticata dal Papa nella Reconciliatio et Penitentia n° 17 e nella Veritatis Splendor, n° 65-68.
Questa è "la nota tesi fondamentale degli studiosi non cattolici...essa non è accettabile, poiché contraddice chiaramente la verità storica dei fatti" (Saraiva Martins - op. cit. pag. 89-91). Da pag. 91 a pag. 104, sempre del testo di S. Martins, c'è la storia della penitenza nei primi sei secoli! Qui si vede che la Chiesa non ha mai negato il perdono dei peccati, anche di quelli gravi, purché il peccatore rompa con il peccato.
La scomunica era prevista solo per peccati gravissimi, non per ogni peccato, che pur offende la comunità. Inoltre "la dimensione verticale della divisione e della riconciliazione... prevale sempre sulla dimensione orizzontale" (R.P., n°7); inoltre si vedano le precisazioni su "peccato personale e peccato sociale" (Rec. et Pen. n° 16).
La lettura attenta della Reconciliatio et Penitentia, n. 16, indica chiaramente sia la dimensione personale che la dimensione sociale del peccato. L’esasperata mentalità collettivista di Carmen la porta addirittura a negare la dimensione personale del peccato? Carmen avrebbe dovuto dire: "Il peccato ha una dimensione sociale, mai solo individuale"!
"La novità del Pastore di Erma, non sta nel ribadire la possibilità della penitenza dopo il Battesimo, ma nel dichiararla possibile una sola volta nella vita" (Saraiva Martins-op. cit. - pag. 95).
Carmen applica la sua mentalità collettivista ad ogni aspetto della fede. La preghiera della Chiesa, la partecipazione della comunità è importante, ma non è il valore essenziale: l’elemento fondamentale è l’apertura del cuore, della persona del penitente, alla grazia di Dio. Carmen non capisce che il termine "essenziale" significa "la dimensione fondante", "la dimensione fondamentale", la dimensione senza la quale non ci sono le altre; per cui la sua espressione significa: "Senza la partecipazione della comunità non c’è assoluzione dei peccati", dunque è la comunità che ti assolve i peccati, è la comunità che prende il posto del Sacramento!
È la persona umana, sempre, il soggetto fondamentale e concreto: se non c’è questa disposizione personale del cuore nessuna comunità può sostituirsi ad essa oppure ottenerla automaticamente. La comunità, cioè le persone che formano la comunità, possono intercedere, possono aiutare, possono seguire, ma non possono determinare: il valore essenziale è costituito dalla docilità o mancanza di docilità di ogni singola persona alla grazia di Dio. Può anche accadere, infatti, che la comunità preghi, aiuti, segua, ma la persona non prosegue il cammino di conversione. J. Maritain diceva: "La Chiesa dà il primato alla persona sulla comunità, mentre il mondo d’oggi fa primeggiare la comunità sulla persona" (Il contadino della Garonna, Morcelliana, 1980, p. 82).
Nel III secolo c'era la penitenza ecclesiastica - ci sarà anche la controversia montanista - inoltre di questa penitenza parla la Didascalia e ne parla S. Cipriano (cfr. Saraiva Martins - op. cit. pag. 96-102; mentre da pag. 105 a pag. 112 è descritta come veniva celebrata la penitenza ecclesiastica fino al sesto secolo).
(N.d.R. = Mai la remissione dei peccati è stata valida senza l’assoluzione del sacerdote = N.d.R).
Si tratta, nel VI secolo di una nuova prassi penitenziale la quale "va posta, quanto alla sostanza nella linea dell'antica penitenza canonica, distinguendosi da essa soltanto quanto alla forma. Si tratta della stessa penitenza celebrata in modo diverso, ma con identico contenuto salvifico... L'assoluzione... non era più data in forma solenne dal vescovo, ma in modo semplice dal sacerdote... questa forma di penitenza darà origine alla forma attuale del sacramento della penitenza" (Saraiva Martins, pag. 119-123).
Francescani e domenicani furono lo strumento provvidenziale di un grande rinnovamento spirituale.
Questa affermazione riferita alla Chiesa primitiva desta preoccupazione visto che i neocatecumenali vogliono fare tutto quello che loro credono facesse la Chiesa primitiva!
Carmen, falsamente, sostiene che non era l’assoluzione a conferire il perdono ma solo la riconciliazione con la comunità. L’elemento decisivo, dunque, è la comunità, non il sacramento, o meglio, il sacramento consiste...nella riconciliazione con la comunità! E’ talmente esasperato il ruolo della comunità che sembra che quando non c’è la comunità, non c’è nessuna grazia e nessun sacramento. "La comunità non si vede da nessuna parte... la penitenza si trasforma, una volta perso il pilastro della comunità, in confessione individuale... fa ridere pensare che è necessaria la sola attrizione se ti vai a confessare e la contrizione se non ti confessi... tanto importante la cosa che il Concilio Laterano impone l'obbligo ai fedeli di confessarsi una volta l'anno" (pag. 174).
In un qualsiasi manuale cattolico si trovano i veri motivi della disposizione del Concilio. Carmen continua a gettare discredito sulla storia della Chiesa, ridicolizzando e facendo apparire che tutti sono solo ottusi e ignoranti.
Carmen, poi, ironizza sul Concilio di Trento: "Non ridete perché l'abbiamo vissuto anche noi. La confessione come mezzo di santificazione personale, così come la direzione spirituale, tutto fa parte del cammino di perfezione. Chi mette confessionali dappertutto è San Carlo Borromeo. Con dettagli che riguardano anche la grata, ecc. Adesso comprendete che molte delle cose che diceva Lutero avevano un fondamento" (pag. 174).
Questa presentazione faziosa della storia del sacramento come il fatto di ignorare che S. Carlo Borromeo fu il promotore di un gigantesco rinnovamento spirituale e fervore religioso, fa pensare che chi parla si "nutre" di cattive letture, di false ipotesi teologiche.
(N.d.R. = Mai la confessione è stata valida senza gli "atti del penitente" = N.d.R.) /.../ È giunta fino a noi... una visione individualista del peccato, completamente privata. La Chiesa non compare da nessuna parte ed è un uomo che ti perdona i peccati" (pag. 175).
Si noti come viene talmente esasperato l'aspetto della comunità che sembra che quando non c'è la comunità non c'è la grazia e non c’è il sacramento.
"Visto che la confessione personale è odiosa(sic!)... il valore del rito non sta nell'assoluzione, visto che in Gesù siamo già perdonati, ma nel rendere l'uomo capace di ricevere il perdono che è ciò che vuole il processo catecumenale ed il processo penitenziale della Chiesa primitiva" (pag. 176).
Sembra di sentire un protestante che rifiuta la sacramentalità e fa consistere la penitenza solo nel fatto che Gesù mi ha già perdonato i peccati, e attraverso la comunità, ricevo il perdono quando "uno si sente perdonato nel profondo, quando si sente in comunione con i fratelli" (pag. 177).
Alla gente non dite nulla di tutte queste cose, semplicemente rivalorizzate il valore comunitario del peccato, l'indole sociale, il potere della Chiesa e tutte queste cose" (pag. 177).
Inutile commentare la gravità di queste affermazioni che possono essere gravide di conseguenze. Cosa significa "facendo - ancora - però la confessione privata che è tuttora in uso?". Significa che quando la Chiesa finalmente si convertirà, si farà come nella chiesa primitiva dove "il perdono non era una assoluzione, ma una riconciliazione con tutta la comunità mediante il segno della riammissione all'assemblea in un atto liturgico"? (pag. 173).
15) A questo punta il "processo neocatecumenale"? A pag. 205 dopo aver descritto come deve avvenire una celebrazione penitenziale è detto in un avviso: "Attenzione!!! Lo schema di questa celebrazione è diverso da quello che verrà in seguito in tutte le altre Celebrazioni Penitenziali che saranno nelle Comunità durante il loro cammino").
Risulta che durante certi "passaggi" del cammino neocatecumenale pubblicamente, di fronte a tutto il gruppo, vengono confessati i peccati, anche se i catechisti dicono che non si tratta di una confessione pubblica.
"Una confessione pubblica particolareggiata dei propri peccati, non è stata mai richiesta. Anzi S. Leone Magno condanna severamente, in una lettera ai vescovi della Campania, l'uso contrario introdottosi, a quanto pare, in qualche Chiesa locale.
Tale modo di agire è, per lui, un vero abuso. "Ecco un modo di agire, rileva Leone, CONTRARIO ALLE DISPOSIZIONI APOSTOLICHE, un modo che si è stabilito indebitamente, come ho saputo poco fa, e di cui ordino la soppressione. Si tratta dei fedeli nel momento in cui chiedono la penitenza.
Noi vietiamo che venga letto, in quell'occasione, pubblicamente, uno scritto in cui figurano particolareggiatamente i peccati. Basta, infatti, che le colpe vengano indicate al vescovo solo, in un colloquio segreto. Benché si debba, infatti lodare la fede totale di coloro che, per timore di Dio, non hanno paura di arrossire dinanzi agli uomini, tuttavia non tutti coloro che ricevono la penitenza hanno piacere di vedere pubblicati i peccati, soprattutto certi peccati.
Si sopprima dunque un'abitudine così contestabile, per paura che molti si allontanino dal rimedio della penitenza, per vergogna, o anche perché temono che i loro atti vengano conosciuti dai loro nemici, i quali li potrebbero poi citare in tribunale.
Basta l'accusa, fatta prima a Dio e poi al vescovo, il quale si fa avvocato per le colpe dei peccatori. Sarà possibile invitare la maggioranza dei fedeli a costituirsi penitenti soltanto se il segreto delle coscienze non sarà reso noto al pubblico"- Leone Magno, Epist. ad universos episcopos per Campaniam, Sammium et Picenum costitutos, 2: PL 54 1210 -1211-(Saraiva Martins - op. cit. pag. 106-107).
16) Mai nella Chiesa primitiva si stava in ginocchio (pag. 187) Kiko è riuscito a convincere con questa menzogna tante persone a non inginocchiarsi mai, neanche al momento della consacrazione durante la Messa, né quando si passa davanti al Tabernacolo, ecc., usando in modo unilaterale solo alcune citazioni dell'A.T.: "La posizione del risorto è in piedi"... i farisei pregavano in piedi... Isaia diceva: "vedo un popolo in piedi"... (pag. 187).
Kiko e Carmen insegnano che la posizione in ginocchio è solo di supplica, è solo per i momenti penitenziali. Nel testo "Orientamenti alle équipes di catechisti per la iniziazione alla preghiera", è detto: "La prima posizione della preghiera è in ginocchio, per supplicare, una preghiera di supplica" (p. 303). /.../ Ci sono quattro posizioni nella preghiera. 1) In ginocchio, preghiera di richiesta. 2) La posizione seduti, è una posizione per contemplare il Signore. Preghiera di contemplazione. 3) La posizione che hanno gli arabi quando pregano, prostrati per terra, con la testa fino a terra. È una posizione cristiana che Maometto copiò dal cristianesimo. /.../ Questa preghiera si fa quando uno sta angustiato all’estremo. La posizione in piedi con le mani alzate, che è una preghiera sacerdotale, la preghiera dell’uomo nuovo che, in piedi, intercede come un sacerdote per il mondo" (p. 307).
17) È falso che nella Chiesa primitiva non ci si inginocchiava - S. Pietro che è "un risorto" si inginocchia: "A Giaffa c'era una discepola di nome Tabità... morì... i discepoli... mandarono due uomini ad invitare Pietro. E Pietro subito andò con loro... Pietro fece uscire tutti e SI INGINOCCHIÒ a pregare; poi rivolto alla salma disse: "Tabità, alzati!" ed essa aprì gli occhi..." (At 9,36-40).
S. Paolo che è "un risorto" si inginocchia con i vescovi della Chiesa di Efeso, altri "risorti" (At 20,17-35): "Detto questo, SI INGINOCCHIÒ CON TUTTI LORO E PREGÒ". Tutti scoppiarono in un gran pianto e gettandosi al collo di Paolo lo baciavano, addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto". (At 20,36-38).
"..Io PIEGO LE GINOCCHIA davanti al Padre... perché vi conceda... di essere potentemente rafforzati dal suo spirito nell'uomo interiore" (Ef 3,14-16).
S. Paolo prega in ginocchio anche con i discepoli della città di Tiro: "giungemmo a Tiro... avendo ritrovati i discepoli... ma quando furono passati quei giorni, uscimmo e ci mettemmo in viaggio, accompagnati da tutti loro, con le mogli e i figli sin fuori della città. INGINOCCHIATI SULLA SPIAGGIA pregammo, poi ci salutammo a vicenda; noi salimmo sulla nave ed essi tornarono alle loro case. (At 21,3-6).
Come si vede in nessuno di questi casi si tratta di un contesto penitenziale per cui è falso dire che nella Chiesa primitiva si inginocchiavano solo i peccatori entrati nell'ordine dei penitenti.
Gesù stesso, innanzitutto, "INGINOCCHIATOSI... pregava " (Lc 22,41; Mt 26,39; Mc 14,35). Si tratta con evidenza - per Kiko - di un falso clamoroso.
"Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore" (Sal 95, 6); "...nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra..." (Fil 2,10); i 24 vegliardi - in cielo - anch'essi "risorti" si "prostrano con la faccia a terra al cospetto di Dio e adorano" (Ap 11,16; 19,4).
Nella Liturgia eucaristica, infatti, è previsto di inginocchiarsi solo alla consacrazione (I.G.M.R., 2° edizione, 29 giugno 1983, Cap II, n. 21; Precisazioni n° 1); è previsto, invece, di stare in piedi o seduti, negli altri momenti. Alla luce di quanto esposto, insieme alle indicazioni del nuovo Catechismo (nn° 1378, 2628, 2096 e 2097), proibire di inginocchiarsi, come fanno i neocatecumenali, davanti al SS. Sacramento, durante e fuori la Messa, è un grave abuso che nessuna persona o gruppo può permettersi di indicare agli altri.
18) Un esempio di fondamentalismo
Chi non crede è "perché si compia così la Parola di Isaia: /.../ "Io ho indurito il loro cuore /.../ perché non si convertano, perché io non li curi. (cfr. Is 6,10; Gv 12,39-43). /.../ Questo pezzetto di Scrittura /.../ è la risposta al fatto che molti non credono. /.../ Dio ha accecato i suoi occhi ossia non dice che siamo noi quelli che non vogliamo ascoltare la Parola di Dio, no, no, dice che Dio ha accecato i suoi occhi, è Dio che ha indurito il suo cuore, colui che ha tappato le sue orecchie, perché Dio non vuole che si converta (sic!), infatti se aprono le loro orecchie ascoltano e Dio non vuole che si convertano, chiaro?
/.../ È la risposta del cristianesimo per spiegare perché Israele ha rifiutato Gesù Cristo. /.../ Si trova in Isaia 6. /.../ Questo lo potete leggere, è Parola di Dio. Questo è durissimo da capire, fratelli. /.../ Applichiamo questa Parola a noi, pensiamo che c’è qualche fratello cui Dio ha accecato gli occhi e che Dio forse non vuole che si converta, forse perché non ha diritto a convertirsi, perché Dio è stato molto paziente con lui, perché Dio lo ha chiamato per molto tempo a conversione ed ormai è giunto il momento in cui non vuole più che si converta" (pp. 17-19).
Questa aberrante spiegazione di Kiko, assomiglia ad una specie di concetto calvinista di predestinazione, ed è un errore gravissimo. La Bibbia va letta in tutta la sua interezza. È veramente penoso convincere tanta gente sprovveduta che "Dio non vuole che una persona si converta!". Commento: Nel Commento al Vangelo di Giovanni di San Tommaso d’Aquino è ben spiegato il significato di quelle affermazioni.
"Giovanni cita la profezia che prediceva la incredulità dei giudei. Si deve notare che la preposizione "perché" - ut - nella Bibbia talora ha significato causale (cfr. Gv 10,10), ma altre volte ha significato consecutivo: indica un evento che avverrà in seguito. E così è presa in questo caso. Risposta. Si deve affermare che era stato profetato in quel modo, nel senso che così avrebbero usato del loro libero arbitrio. Dio, infatti, conoscendo in antecedenza la loro incredulità, mediante la profezia la predisse, ma non la produsse; /.../ Il Signore predisse che i giudei avrebbero commesso quel peccato che poi essi commisero". /.../
Se un uomo non si potesse convertire perché Dio non vuole, egli non avrebbe colpa e, cosa ancora più grave, la colpa si ritorce su Dio, perché egli accecò i loro occhi. /.../ L’accecamento e l’indurimento attribuito a Dio, non va inteso nel senso che Dio infonde malizia o che spinga a peccare, ma nel senso che non infonde la grazia. /.../ Il motivo per cui non la infonde è da parte nostra, in quanto c’è in noi qualcosa che è incompatibile con la grazia. Dio, infatti, per parte sua "illumina ogni uomo che viene in questo mondo" (Gv 1,9) e "Vuole che tutti gli uomini si salvino" (1 Tm 2,4).
Infatti: "La tua rovina, o Israele, viene da te; mentre soltanto da me viene il tuo aiuto" (Os 13,9). È come se uno avesse chiuso le finestre della casa e si dicesse di lui: "Tu non puoi vedere, perché privo della luce del sole. Questo però non dipende da una carenza del sole, bensì dall’essersi lui escluso dalla luce solare.
Essi non potevano credere perché "la loro malizia li aveva accecati" (Sap 2,21). "Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai fatto, non avrebbero alcun peccato" (Gv 15,24). "Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa del loro peccato" (Gv 15,22). "Hanno occhi e non vedono" (Sal 113,5)" (Tommaso d’Aquino, Commento al Vangelo di Giovanni, Città Nuova, 1992, Vol. 5, 2, Cap. VII-XII, pp. 343-348).
Kiko non ha tenuto conto né di quanto ha detto il Concilio nella Dei Verbum (n. 12), né di quanto da sempre si insegna nell’esegesi biblica cattolica e che è riportato nel Catechismo della Chiesa Cattolica. "Poiché Dio nella Sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini e alla maniera umana, l’interprete della Sacra Scrittura, per capire bene ciò che Egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione, che cosa gli agiografi abbiano inteso significare e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole" (Dei Verbum, 12 a) (cfr. C.C.C., n. 109).
"Per comprendere l’intenzione degli autori sacri, si deve tener conto delle condizioni del loro tempo e della loro cultura, dei "generi letterari" allora in uso, dei modi di intendere, di esprimersi, di raccontare, consueti nella loro epoca. "La verità, infatti, viene diversamente proposta ed espressa nei testi in varia maniera storici o profetici, o poetici, o con altri generi di espressione" (Dei Verbum, 12,2; C.C.C., n. 110).
Per una corretta interpretazione della Sacra Scrittura, il Concilio indica tre criteri (C.C.C., nn. 112-114).
Il Papa Giovanni Paolo II proprio per garantire una corretta catechesi in tutti i gruppi, movimenti e associazioni, ebbe già a dire: "Non permettete a nessun costo che questi gruppi, /.../ manchino di uno studio serio della dottrina cristiana. Essi, allora, rischierebbero (il pericolo, purtroppo, si è già più volte verificato) di deludere i loro aderenti e la Chiesa stessa" (Catechesi tradendae, n. 47).
"È sommamente importante che tutti questi canali catechetici convergano veramente verso la stessa confessione di fede" (Catechesi tradendae, n. 67). "Tutti quanti raggiungeranno meglio i loro specifici scopi e serviranno meglio la Chiesa se /.../ sapranno dare un posto importante ad una serie formazione religiosa dei loro membri" (Catechesi tradendae, n. 70).
19) Applicazione fondamentalista di insegnamenti giusti.
"Orientamenti alle équipes di catechisti per la fase di conversione": "Chi non odia suo padre non è degno di me". Questa traduzione "odiare" è letterale. Gesù ha parlato paradossalmente con questa espressione. Chiunque ponga qualcosa al di sopra di Gesù Cristo e della sua volontà, riconosce un idolo" (pp. 224-225).
"Orientamenti alle équipes di catechisti per la convivenza della rinnovazione del primo scrutinio battesimale" (1986):
Questa parola dice: "SE QUALCUNO VIENE DIETRO DI ME E NON ODIA SUO PADRE, SUA MADRE, SUA MOGLIE, SUO MARITO, I SUOI FRATELLI, I SUOI FIGLI, NON PUO’ ESSERE MIO DISCEPOLO". Con questa parola corriamo il pericolo di dire: io non la comprendo. Che Dio è questo che è buono e parla di odiare?
Sapete che alcuni traduttori hanno cambiato odiare per "posporre, amare di meno", ma una esegesi più approfondita ha detto che la parola è odiare, che altre traduzioni non sono esatte. Questa è la traduzione della Bibbia di Gerusalemme. /.../ Io vi invito, fratelli, perché questa Parola cada su di voi vergine, pura, come esce dalla bocca di Dio, senza ritagliarla, senza farla passare per il tubo della nostra ragione" (pp. 73-74).
"Orientamenti alle équipes di catechisti per lo Shemà" (1974): "Chi non odia suo padre, suo marito, sua moglie e sua madre e suo figlio e sua figlia..." Sono parole che qualcuno ha voluto tradurre con "chi non pospone", cioè chi non mette dopo. Questa è stata la traduzione di alcune antiche Bibbie, però oggi la Bibbia di Gerusalemme, che è andata alle fonti con molti studi /.../ dice che la parola "odiare" è detta di proposito da Gesù Cristo" (p. 38). "Chi non odia suo padre e sua madre, i suoi figli, sua moglie.... /.../ Malgrado tutto è molto importante che noi impariamo a odiare, a odiare noi stessi, a odiare nostra moglie, odiare il nostro marito, a odiare i nostri genitori. Per noi è veramente impressionante ascoltare quello che dicono le persone al II Passaggio. /.../ Ma tutte queste cose, cosa sono, "odiare"? Ma no, bisogna interpretare! Mi diceva un uomo di Azione Cattolica quando io parlavo di Abramo: ma questo fatto che Dio dice ad Abramo di uccidere il figlio, non è così, bisogna interpretarlo; come potete pensare che Dio sia un assassino, bisogna interpretarlo.
Voi esagerate, così per la non resistenza al male, cosa significa? Che se chiedono la giacca, io debbo dare anche i pantaloni? Ma guarda un po'! Quello va interpretato. Se quanto dice questo uomo fosse vero, io apostaterei immediatamente il cristianesimo, me ne andrei via, perché quello che mi ha convertito è un Gesù Cristo che io ho trovato dentro di me, che è stato rispecchiato qui, in questa parola, non come una cosa da preti, un po' melensa" (pp. 43-45).
Ma lo stesso Kiko, nello stesso testo, più avanti riferisce poi la spiegazione classica che si dà di questo passo: "Dovrai provare te stesso perché è vero dobbiamo odiare la moglie ed i figli per amore a Gesù Cristo, nel senso che dobbiamo mettere veramente Gesù Cristo al primo posto. /.../ Ciò che vuole dire il Signore è che se tu non hai veramente l’amore di Cristo dentro di te, tu stai veramente odiando gli altri perché li vai distruggendo" (Shemà, p, 51). /.../ "Cioè chi non mette Dio al primo posto della sua esistenza, al di sopra di suo figlio, di sua figlia, di suo marito, ecc. (Shemà, p. 102).
Commento a Luca 14,25-35: "Se uno viene a me e non odia suo padre: come si deve interpretare? Bene, fratelli, così com’è. Se non odia. Ma come si può se Dio è amore?. Noi lo diciamo sentimentalmente. Bene chi ha orecchi per intendere, intenda. Non lo capisci tu? /.../ Gesù dice che chi non odia suo padre, sua madre non può venire a me. /.../ Non lo capisci. Ed io non te lo spiego. Ma la Parola dice: ODIARE. Lo puoi capire benissimo. Ma chi non sta ascoltando Dio con cuore retto significa che Dio non glielo ha permesso o che lui non vuole perché ascolta il demonio.
/.../ Ritorniamo alla parola odiare. Dico che questo è autentico. Noi abbiamo visto che tanta gente non ha continuato nel cammino perché non ha odiato la moglie. Bisogna imparare ad odiare quando gli altri sono un ostacolo, sono la nostra rovina. /../ Lo diceva già l’AT nel Deuteronomio: se tua moglie ti vuole insegnare gli idoli, la ucciderai. Anche oggi se una famiglia ha un figlio che si sposa con un pagano dice che per te sarà come un gentile, un pubblicano. E tu non parlerai mai con lui. Per te sarà come una persona morta" (pp. 78-79).
Commento: Le testimonianze delle persone che hanno fatto parte a lungo di questo gruppo affermano che queste frasi del Vangelo sono pronunciate in modo molto forte dai catechisti i quali fanno in modo da far intendere, che esse significano che bisogna lasciare tutti, marito, moglie, figli, per seguire le indicazioni dei catechisti.
È evidente che se viene fatto un uso improprio, fondamentalistico, di queste frasi, si finisce per esercitare una sorta di terrorismo psicologico sulle persone e così spingerle a isolarsi dalla famiglia o a scardinare eventualmente anche la famiglia per fare tutto quello che i catechisti richiederanno. Un uso fondamentalistico di quelle frasi evangeliche si presta, infatti, a giustificare anche richieste arbitrarie o inadeguate. Inoltre siccome Kiko insegna che bisogna odiare coloro che ci sono di ostacolo, i neocatecumenali odiano chi non accetta il loro movimento.
17) La vendita dei beni: lettura fondamentalista di Mt 19,21
Orientamenti alle equipes di catechisti per la fase di conversione, p. 340: "Dovete accettare infatti che amerete Dio più del denaro. Nel primo scrutinio battesimale, tra alcuni anni, vi si dirà di vendere i beni. E dovrete venderli tutti, perché se non li venderete non potete entrare nel Regno, non potete entrare neanche nel catecumenato".
Kiko e i neocatecumenali fanno una lettura fondamentalista di Mt 19,21; Mc 10,21; Lc 18,22, per cui viene imposto a tutti indistintamente, ad ogni categoria di persona, indipendentemente dalla loro vocazione, situazione, condizione di vita, di disfarsi dei propri beni, altrimenti non entreranno nel Regno, cioè non si salveranno.
L’attaccamento alle ricchezze, l’avarizia, è sicuramente condannata da Gesù (cfr. Lc 12,15; 16,13; Ebr 13,5). Tra i peccati gravi che S. Paolo indica come escludenti dal Regno dei cieli non c’è quello di "essersi liberati completamente da tutti i beni materiali". Altrimenti tanti laici proclamati santi dalla Chiesa e che durante la loro vita hanno esercitato una professione e non si sono liberati completamente da tutti i loro beni materiali (ad esempio S. Giuseppe Moscati), dovrebbero essere.....all’inferno!!!
Non tutti hanno la stessa vocazione, non tutti sono chiamati a vivere la povertà materiale in modo radicale come i religiosi che fanno voto di povertà: tutti invece sono chiamati a vivere la virtù della povertà compatibilmente con la propria vocazione. Non è la stessa cosa essere sposati ed avere una famiglia ed essere religioso con i tre voti: non si può imporre all’uno di vivere, materialmente, allo stesso modo dell’altro.
Innanzitutto la distinzione tra precetti e consigli è riportata dal Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1973-1974. Il Catechismo afferma che i precetti sono costituiti dal comandamento di amare Dio e i fratelli; i consigli sono costituiti dall’insieme di indicazioni per rimuovere gli ostacoli allo sviluppo della carità. Lo stesso Catechismo riporta nella nota 35 del n. 1973 il classico articolo della Summa di S. Tommaso che tratta magistralmente questo tema. Ne riportiamo una breve sintesi.
S. Tommaso d’Aquino, S.Th., II-II, q.184, a. 3. 1) "Se vuoi essere perfetto, và, vendi tutto ciò che hai, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi" (Mt 19,21). Questo è un consiglio (vendi tutto ciò che hai); l’altro (Seguimi) è un precetto. 2) Tutti sono tenuti all’osservanza dei comandamenti (i precetti). 3) La perfezione della vita cristiana consiste nella carità. Nel Deuteronomio sta scritto "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore" (6,5). E nel Levitico: "Amerai il prossimo tuo come te stesso" (19,18). A proposito di questi due precetti Gesù afferma: "Su questi due comandamenti (precetti) si fondano la Legge e i Profeti (Mt 22,40). La perfezione della carità consiste nell’amare Dio e il prossimo. Perciò la perfezione consiste nell’osservanza dei comandamenti (i precetti).
5) Il precetto mira alla perfezione. S. Paolo dice: "Il fine del precetto è la carità" (1 Tim 1,5). Il fine della carità è senza misura. La misura non si applica al fine, ma ai mezzi per vivere la carità. Il medico non misura, infatti, la guarigione da produrre (essa deve essere completa), ma misura la medicina e la dieta da usarsi per la guarigione.
A) La perfezione, dunque, consiste essenzialmente nei precetti. B) Secondariamente e strumentalmente la perfezione consiste nei consigli. I consigli sono ordinati alla carità, ma in maniera diversa.
I precetti in parte sono ordinati a togliere le cose incompatibili con la carità. I consigli, invece, sono ordinati a togliere quegli ostacoli all’esercizio della carità che non sono compatibili con essa. Di qui le parole di S. Agostino: "Tutto ciò che Dio comanda, come "Non commettere adulterio"; e tutto ciò che consiglia senza imposizione, come "È bene per l’uomo non toccare donna", viene osservato a dovere quando è riferito all’amore di Dio, o all’amore del prossimo in ordine a Dio.
L’Abate Mosé diceva: "I digiuni, le veglie, la meditazione delle Scritture, la nudità, la privazione di tutti gli agi non sono la perfezione, ma strumenti di essa (sono "consigli"): poiché non consiste in essi il fine del loro esercizio, ma con essi si raggiunge il fine". Noi cerchiamo di salire alla perfezione della carità, con questi gradini.
6) Nelle parole di Gesù (Mt 19,21) bisogna distinguere due parti: * la prima parte (và, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri) indica il cammino che porta alla perfezione, indica cioè un mezzo per giungere alla perfezione. La seconda parte (Seguimi) costituisce la perfezione, il fine della vita cristiana.
Perciò dalla stessa espressione evangelica appare che i consigli sono dei mezzi per giungere alla perfezione: "Se vuoi essere perfetto, và, vendi, ecc.", come se dicesse: "Facendo questo, (vendi quello che hai), raggiungerai questo fine (Seguimi)".
7) Quanto è di precetto si può compiere in più modi, non in un solo modo. C’è una prima perfezione della carità che consiste nell’amare Dio sopra tutte le cose, senza amare nulla di contrario a Lui. Esiste una seconda perfezione della carità, a cui si giunge con una crescita spirituale, quando uno si astiene anche da certe cose lecite, per attendere più liberamente al servizio di Dio".
In sintesi: * i precetti sono obbligatori e indicano il fine della perfezione, e vanno osservati da tutti i cristiani a qualsiasi condizione appartengano; * i consigli, invece, sono dei mezzi per giungere al fine: non sono obbligatori come i precetti perché per raggiungere il fine posso utilizzare mezzi diversi. Inoltre, trattandosi di mezzi, non tutti sono chiamati ad osservarli nella stessa misura e sempre compatibilmente con la propria condizione di vita".
FACCIAMO DUE ESEMPI
Primo esempio "Il marito compia il suo dovere verso la moglie; ugualmente anche la moglie verso il marito /.../ Non astenetevi tra voi se non di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perché satana non vi tenti nei momenti di passione. Questo però vi dico per concessione, non per comando" (1 Cor 7,3-6). Il fatto di astenersi temporaneamente per dedicarsi alla preghiera, è un consiglio, non un precetto: è un mezzo per realizzare una maggiore intimità con Gesù. Ma non è l’unico: esistono anche altri mezzi per realizzare una maggiore intimità con Gesù.
Secondo esempio Così come "lasciare tutti i propri beni" è un mezzo per realizzare il fine di una maggiore intimità con Gesù, e quindi vivere la carità. Ma non è l’unico mezzo: esistono anche altri mezzi per realizzare una maggiore intimità con Gesù. A quel giovane il Signore ha indicato il mezzo più adeguato per lui ("aveva molte ricchezze"), per giungere al fine della carità: ma questo mezzo non si può rendere universale né può essere assolutizzato.
Royo Marin, Teologia della perfezione cristiana, Ed. Paoline, 1989 La perfezione della carità (Amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come noi stessi), che costituisce la perfezione cristiana, ci viene presentata come un comando (un precetto). Quindi la perfezione cristiana consiste essenzialmente nei precetti. Solo secondariamente e strumentalmente la perfezione consiste nei consigli: anche i consigli, come i precetti, sono ordinati alla carità, ma in maniera diversa: * i precetti sono ordinati a rimuovere ciò che è contrario alla carità; * i consigli si limitano ad allontanare gli ostacoli che ne impediscono l’esercizio facile e pronto. I consigli non sono, dunque, essenziali per la perfezione cristiana, ma sono soltanto strumenti utilissimi per meglio conseguirla.
Siccome la perfezione risiede nei precetti tutti i cristiani sono tenuti ad osservarli, a qualsiasi stato o condizione appartengano.
I consigli per loro natura non obbligano tutti. Nessuno è strettamente tenuto ad abbracciare la vita religiosa, nella quale si praticano, per professione, i consigli evangelici.
Coloro che non sono religiosi devono santificarsi con l’osservanza dei precetti e con la pratica dello spirito dei consigli evangelici.
Bisogna distinguere:
Nessuno è obbligato a fare voto di povertà, castità e obbedienza, come i religiosi, ma tutti siamo tenuti a praticare lo spirito di quelle tre virtù nella misura e nel grado consentito dal nostro stato di vita particolare. Si ricordi, inoltre che a lato dei consigli evangelici esistono poi altri consigli particolari, dettati dall’intima ispirazione dello Spirito Santo, che non sono precetti, ma che non si possono trascurare senza commettere una infedeltà alla grazia" (pp. 247-248; pp. 257-259).
I neocatecumenali, invece, intendono la vendita dei beni come un precetto per tutti, indistintamente, non come un consiglio. Qualsiasi sia la condizione di vita, la vocazione e la situazione della persona, qualsiasi sia la categoria a cui la persona appartiene, essi costringono tutti, sotto la minaccia di non entrare nel Regno, cioè di non salvarsi, a vendere i loro beni materiali (a volte anche la casa, senza che il coniuge ne sappia niente, a lasciare il lavoro, o altre rinunce unilaterali e totali) cadendo così in un rovinoso fondamentalismo.
I Neocatecumenali, contro le indicazioni del Catechismo della Chiesa Cattolica che riporta chiaramente la distinzione tra precetti e consigli (nn. 1973-1974), affermano addirittura che questa distinzione è falsa (cfr. Orientamenti alle equipes di catechisti per la convivenza della rinnovazione del primo scrutinio battesimale, p. 101 e p. 103-104).
Al contrario di quello che afferma Kiko ("nell’epoca in cui fu scritto il Vangelo non esistevano i religiosi, per questo non esiste la distinzione tra precetti e consigli") la distinzione precetti-consigli emerge dal Vangelo, e siccome le differenti vocazioni sono volontà di Dio, man mano che nella Chiesa si prendeva coscienza dei doni di Dio, sono nate le varie figure di religiosi.
I Padri del deserto, cioè i primi monaci cristiani, sono del III secolo. San Pacomio (286-347). S. Antonio Abate (250-356). Prima della fine delle persecuzioni la vita monastica era meno frequente e poco riscontrabile da documenti, mentre dopo la fine delle persecuzioni è potuta manifestarsi liberamente.
Ma non conducevano vita eremitica, caratterizzata da grande austerità di vita già il profeta Elia, Eliseo, Giovanni Battista, ecc. ad indicare che questo stile di vita è dono dello Spirito Santo e quindi non è legato solo ad un’epoca o a determinate condizioni?
Discorso molto importante è costituito poi dal fiume di denaro che, anche grazie a questo "esproprio fondamentalista" il cammino gestisce e con cui elargisce milioni o miliardi "a destra e a manca", denaro con cui riesce ad ottenere molta acquiescenza ai suoi progetti e a "comprare" molte complicità.
Ci sono nel testo delle affermazioni false, che piombano come "meteoriti" all'interno del discorso, ad esempio:
1) "Giuda era il più intelligente degli apostoli, per questo teneva la borsa" (pag. 89); Orientamenti alle équipes di catechisti per la iniziazioni alla preghiera (1981): "Giuda è un intellettuale, era un politico, uno zelota ma era un tipo intelligente, il più intelligente di tutti, per questo doveva portare la borsa, perché sono gli intelligenti quelli che s’interessano della questione dei soldi" (p. 43).
2) "Quando S. Pietro esce dal cenacolo dopo aver ricevuto lo Spirito Santo... fa un discorso alla gente... siccome nessuno l'ascolta... guarisce il paralitico" (pag. 22). Negli Atti la guarigione di quel paralitico... viene prima del discorso di Pietro, riportato da Kiko; non si vede dunque come Kiko invece l'ha messo dopo il discorso; dopo il primo discorso di Pietro la Scrittura dice: "quel giorno si unirono a loro circa tremila persone" (At 2,41); non si capisce da dove Kiko ha preso quel "siccome nessuno lo ascoltava".
3) "Con Papa Pio V ci fu un tentativo di riforma nel Concilio Laterano" (pag. 325). Papa PIO V (1566-1572) non radunò nessun concilio in Laterano!
4) "Si è parlato sempre di Rivelazione invece che di Parola. Rivelazione è sempre un'astrazione, un'idea. Rivelazione nei seminari è sempre, in fondo, un complesso di verità o di trattati in cui Dio ha detto delle cose". Forse Carmen non ha letto la Dei Verbum!
5) "Un cristiano non domanderà mai a Dio la guarigione di una malattia..." (pag. 57). La S. Scrittura non dice così: "Chi è malato, chiami a se i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà..." (Gc 5,14-15). "Pregate gli uni per gli altri per essere guariti" (Gc 5,16). "Chiedete e vi sarà dato" (Mt 7,7); "Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete" (Mt 21,22).
6) Giuda avrebbe avuto una "missione": ha una parte molto attiva nel Mistero Pasquale di Gesù: è incaricato di uccidere Gesù" (pag. 361);"questa "missione" è molto importante, perché senza Giuda non c'è mistero di Pasqua di Gesù" (pag. 89). Questo concetto che Giuda ha una missione è ripetuto anche negli Orientamenti alle équipes di catechisti per la iniziazione alla preghiera (1981): "Anche qui sta Giuda. /.../ Anche lui ha la sua missione, è stato eletto per questo" (p. 54). Le missioni le dà solo Dio; ora Gesù stesso ha detto: "Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!" (Mt 26,24; Mc 14,21; Lc 22,14.21-23; Gv 13,21-30). E poi negli Atti è ribadito: "Signore /.../ mostraci quale di questi due hai designato a prendere il posto in questo ministero e apostolato che Giuda ha abbandonato per andarsene al posto da lui scelto" (At 1, 24-25). La Parola di Dio mostra chiaramente che Giuda è libero e responsabile delle scelte compiute: se si fosse trattato di una "missione" ricevuta la Parola di Dio non avrebbe parlato in questo modo (cfr. C.C.C., n. 599). E poi quella di Kiko è una bestemmia perché significa che Dio, così avrebbe predestinato qualcuno al male! Questa eresia (la predestinazione al male) è stata condannata dalla Chiesa fin dal Concilio di Orange del 529 d.C.
Invece di presentare prima il vero concetto di mistica e poi di indicare le possibili deviazioni, viene squalificata proprio l’esperienza mistica come se fosse, di per sé, alienante e fuori della storia. Così infatti è detto negli "Orientamenti alle équipes di catechisti per la iniziazione alla preghiera": * "la parola "mistica" non appare nella Scrittura" (p. 237) (N.d.R. = sembra di ascoltare le classiche argomentazioni tipiche dei Testimoni di Geova, quando ad esempio dicono: "La parola "trinità" non c’è nella Bibbia", quindi la trinità non esiste! = N.d.R.) * "La parola "mistica" è per noi sinonimo di irreale, di una cosa immaginaria; invece la Scrittura è piena di storia, di fatti reali, di deserto, di crisi, di lotte e di vita. È tutto il contrario dell’alienazione che nel fondo ci suggerisce la parola "mistica". /.../ Effettivamente una forma di fuggire dalla storia è questa "mistica", questo scapparsene in un nirvana, questo scappare con l’immaginazione in un mondo irreale, quando quello che c’è da fare è discendere a terra, alla realtà. /.../ Tanto è così che i salmi non hanno mistica, sono gridi di dolore, canti di allegria. Sono pieni di vita, della vita di persone che sono nell’esistenza, che non stanno nelle nuvole" (p. 263). * /.../ Vi dico anche una cosa perché vi togliate queste idee mistiche sulla preghiera; tutti i santi che hanno avuto visioni, come San Paolo che è salito fino al cielo, come lo stesso Mosé o come Santa Teresa, non sono gente che è stata chiusa in una cella, ma persone che camminavano continuamente e hanno vissuto molte, moltissime, tragedie. Dico questo per togliervi idee alienanti sulla preghiera" (p. 268).
8) Orientamenti alle equipes di catechisti per la fase di conversione, pp. 96-97: relativismo etico sull’omosessualità? (cfr. C.C.C., nn. 2357-2359; cfr. Documento della Congregazione per la Dottrina della fede "Alcune questioni di etica sessuale", 1975, n. 8).
9) Kiko parla di "morte ontologica dell’essere" (p. 129), espressione che ripeterà anche in altre occasioni. Quando non si hanno specifiche competenze filosofiche sarebbe meglio evitare "brutte figure" come questa. Non esiste la morte ontologica dell’essere umano. L’uomo, una volta creato da Dio, esiste per sempre nella sua componente spirituale, anche se si dissolve, con la morte, il suo corpo fisico.
10) "Uscito dal Battesimo l’uomo esce con un corpo nuovo, riceve un corpo nuovo". Col Battesimo diventiamo creature nuove, ma non riceviamo un corpo nuovo. Questo lo riceveremo solo alla risurrezione dei corpi.
11) "Non puoi togliere a Dio la sua gloria in nessun modo" (p. 182). "Pensate che stanno rubando la gloria di Dio" (p. 234). Ogni commento è superfluo.
12) "In Israele non c’è differenza tra Parola e avvenimento. Questo è importante. /.../ La Parola è un’azione in cui Dio si manifesta" (p. 249). "Scopriranno che la loro stessa storia è una Parola. Che non c’è differenza tra storia e Parola perché Dio si è lasciato conoscere nella loro storia" (p. 260).
Si tratta di una identificazione errata tra Dio e la storia, tra Parola ed avvenimento tipica della filosofia occidentale, da cui Kiko, evidentemente, in qualche modo, non si è ancora purificato! Non si può ridurre (storicisticamente, heghelianamente) la Parola di Dio solo ad avvenimento, per cui essa non rivelerebbe anche verità definibili ed eterne. Non si può neanche identificare Dio con le sue azioni e i suoi interventi.
Dio, trascendente, sebbene si rivela e interviene nella nostra storia, rimane sempre "Altro" anche rispetto alla stessa storia della salvezza!.
Nella "Dei Verbum" è detto: "Questa economia della Rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole proclamano le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto" (n. 2). Il Concilio, dunque, distingue nella Rivelazione le opere di Dio dalle parole di Dio: non le identifica, in modo errato, come fa Kiko.
13) "In venti anni la Chiesa ha cambiato enormemente le sue prospettive" (p. 291). Questa frase viene usata non per esprimere il vero aggiornamento conciliare, ma per giustificare qualsiasi manipolazione kikista. Papa Paolo VI espresse così il vero aggiornamento: "Aggiornamento nella fedeltà, sì. Stravolgimenti arbitrari, no. * Rinnovamento nella continuità, sì. Rinnovamento nella frattura con la Tradizione, no. * Ravvivare il contatto con le fonti cristiane, sì. Teologia ideologizzata che crea un vuoto dottrinale e storico tra la Chiesa presente e la Chiesa primitiva, no" (12/8/1970).
14) "Per i cristiani il sacramento autentico istituito ed inaugurato da Gesù Cristo come suo memoriale è la notte pasquale e come prolungamento ed emanazione di questa, la Domenica" (p. 317). La notte non fa parte del sacramento, non è un elemento costitutivo del sacramento. Non è la notte come tempo della giornata ad essere oggetto di culto, ma il mistero che è celebrato in quella notte, cioè la Pasqua di Cristo: "La notte in cui fu tradito Gesù istituì il sacrificio eucaristico" (C.C.C., n. 1323).
Infatti nell’Exultet pasquale è detto: "Questa è la notte in cui Cristo risorge vincitore dal sepolcro. Il santo mistero di questa notte, sconfigge il male". La notte non è un elemento essenziale del sacramento: se lo fosse l’eucaristia non celebrata di notte, non sarebbe valida!!! Bisogna fare attenzione a non trasformare ogni segno in un sacramento oppure a trasformare ogni segno nelle parti essenziali del sacramento.
15) "C’è stata la svalorizzazione enorme dei segni come sacramenti" (p. 325). "La liturgia è piena di segni perché da essi non si può prescindere affinché la grazia si realizzi" (p. 327). Non tutti i segni hanno la stessa importanza e lo stesso significato dei segni essenziali dei sacramenti. Non si possono mettere tutti i segni sullo stesso piano.
Nella catechesi di Kiko e Carmen c’è spesso confusione tra segno e sacramento: sembra che ogni segno sia sacramento e quindi ha un valore tale che se non c’è, non c’è il sacramento!!!
Persone uscite dal movimento hanno confermato:
1) La visione pessimistica dell'uomo: l'uomo è sempre peccatore, si ha l'impressione che la Grazia non esista (concetto luterano di peccato).
2) Vengono ridicolizzate le spiritualità raccomandate dal Magistero e in genere svalutata ogni altra forma di spiritualità che non sia quella del movimento.
3) Ossessionati dal demonio durante il" percorso" si deve, con frequenza, venire esorcizzati.
4) Nelle adunanze si sparla continuamente dei preti, del Clero che in 2000 anni, non ha saputo fare molto, e della Chiesa che ha sempre sbagliato tutto. Si vive e si coltiva un clima anticlericale, un clima di svalutazione del ministero sacerdotale gerarchico, un clima da "chiesa parallela", con "pastori paralleli", un "magistero parallelo". Si ha la pretesa di gestire e trasmettere la Tradizione che sarebbe scomparsa nella Chiesa e si sarebbe andata a rifugiare solo nelle comunità neocatecumenali. cfr. * "Orientamenti alle équipes di catechisti per la fase di conversione", p. 372, p. 173, p. 204.
5) Kiko è "Parola da ubbidire, e i sacerdoti non capiscono niente".
6) Se esci dal cammino, esci dalla Chiesa, ti allontani da Dio; chi esce dal cammino viene emarginato, non gli si rivolge la parola: persino i sacerdoti si comportano così! È una persona da evitare: è detto e considerato un indemoniato. Tra i neocatecumenali quando non si è ciecamente d'accordo con quello che dice Kiko o i catechisti è perché sei indemoniato (hai scelto il mondo). Questi atteggiamenti da mentalità settaria, sono in stridente contrasto con le ripetute affermazioni di Kiko, secondo il quale, bisogna amare "nella dimensione della Croce" e "chi ha lo Spirito Santo ama il nemico. Parroco, cappellano o Vescovo che sia" (p. 158)!
Come è possibile, predicare a parole l’amore al nemico e poi, quando un fratello esce dal cammino, lo si tratta come un indemoniato, spesso calunniandolo e attribuendogli ogni sorta di maldicenza? La parola di Dio, quando in alcuni passi indica di tenersi lontano da coloro che non vivono secondo la dottrina e l’insegnamento degli Apostoli (Mt 18,15-17; Rom 16,17; 1 Cor 5,11; 2 Gv 10-11; 2 Tess 3,6; Tt 3,10-11) si riferisce a chi non segue l’insegnamento della Chiesa, oppure esce dalla Chiesa, non può essere applicato a chi esce solo da un gruppo della Chiesa ma non dalla Chiesa!
Ma l’errore di fondo dipende dal fanatismo neocatecumenale di considerare se stessi la vera chiesa!
7) Chi non dona i propri beni al movimento non solo non può salvarsi ma non può entrare nel catecumenato (interpretazione sbagliata di Mt 19,16-21). Già S. Giovanni Crisostomo aveva scritto a questo proposito un'opera dal titolo: "Se i ricchi possono salvarsi", dove è esposta un insegnamento conforme al Vangelo e in contrasto con le idee neocatecumenali.
8) La pretesa di esigere ed imporre, durante gli scrutini, la confessione pubblica di peccati gravi, come condizione indispensabile per essere ammessi ad una categoria "superiore" del cammino, mentre il catechista mette il dito sempre più a fondo e vuole sapere le cose più profonde e i particolari.
9) Il gruppo diviene quasi una prigione; la comunità è tutto, e facilmente diviene un idolo, ma soprattutto la comunità è l'unico sacramento: un membro del cammino, una volta, si è confessato - attraverso la confessione auricolare sacramentale - con un sacerdote, che pure era un presbitero di una delle loro comunità; ebbene i catechisti-giudici gli hanno imbastito quasi un processo, rimproverandolo aspramente perché, dicevano, ci si deve confrontare solo con la comunità.
La persona in questione, si è recata, allora, presso la sede centrale del movimento, dove ha chiesto se quell'episodio era dovuto all'abuso dei catechisti oppure era una disposizione del "cammino": ricevuta la risposta chiara che si trattava dell'impostazione del movimento, ha deciso di uscire da questi gruppi. In questi gruppi c’è una esaltazione e una ossessione continua sulla comunità. Esiste solo la comunità: anche nelle catechesi si esalta sempre la comunità (cfr. pp. 168-169) e si invita a "rivalorizzare sempre e solo il valore comunitario del peccato, l’indole sociale, il potere della Chiesa e tutte queste cose" (p.177).
10) Partecipare alla convivenza diviene superiore a ogni cosa (la propria famiglia, la partecipazione a momenti importanti della vita ecclesiale, ecc.); se qualcuno manca ad una convivenza è rimproverato aspramente.
11) La strumentalizzazione della S. Scrittura che viene usata come e quando fa comodo ai catechisti e interpretata in modo arbitrario.
12) La distruzione della fiducia nei sacerdoti e l'insegnamento martellante che i maestri della fede, i giudici dei carismi, i possessori e distributori dello Spirito Santo sono i Catechisti che per questo devono essere ascoltati e ubbiditi senza discutere; se un sacerdote che partecipa alle loro convivenze fa notare che certe interpretazioni bibliche o teologiche sono sbagliate, non è minimamente ascoltato, perché la verità è contenuta soltanto nelle parole del catechista laico. Quando il cammino arriva in una parrocchia, il Parroco scompare, a meno che non abbia una forte personalità. Il Parroco è ridotto a figura sbiadita e secondaria. Il gruppo tenta la "colonizzazione della parrocchia", svalutando e ridicolizzando le altre realtà ecclesiali e tutte le strutture che non sono neocatecumenali. I catechisti neocatecumenali impongono i loro metodi, i loro programmi, i loro ordini, i loro orari, ecc. Il presbitero, nel Cammino, è considerato alla stessa stregua di un qualsiasi altro fratello e deve fare il cammino con loro dall’inizio alla fine.
13) Mai si parla o si insegna a stimare l'adorazione al SS. Sacramento.
14) La domenica, praticamente, non esiste.
15) C'è una catechesi ossessionante sul peccato (l'uomo sarebbe sempre peccatore e incapace di fare il bene: "l'uomo non può evitare il male e il peccato", "non può fare il bene perché si è separato da Dio, perché ha peccato ed è rimasto radicalmente impotente ed incapace, in balia dei demoni" cfr. "Orientamenti", pag. 130, 135 e 138; "tu non sei responsabile del tuo peccato"; "è sufficiente riconoscersi peccatori per conseguire la salvezza"); la stessa insistente ed ossessionante catechesi è fatta sul demonio.
16) Per indurre consenso acritico viene usato questo ricatto psicologico: puoi parlare del "cammino" solo se ne fai parte; se non ne hai esperienza diretta non puoi capire, non puoi parlarne, non puoi giudicare. Ma siccome per farsi coinvolgere totalmente bisogna credere che il cammino è la vera chiesa e uscirne significa perdere la salvezza, è evidente che il "meccanismo" è "a scatola chiusa".
Chi vi entra lo sperimenterebbe solo come "divino", chi lo critica o vi esce sarebbe solo perché non ha lo spirito di Dio! Ecco il ricatto psicologico continuamente ripetuto dai catechisti neocatecumenali.
Dietro questa pedagogia - "solo esperienza" - si nasconde una gnoseologia deficiente: per rifiutare la droga, infatti, non è necessario prima diventare drogati, cioè fare necessariamente l'esperienza della droga; per dare consigli validi ad un omosessuale non è vero che devo diventare prima un omosessuale. Esistono criteri di discernimento che consentono di distinguere esperienze giuste da quelle sbagliate; così esistono criteri di discernimento spirituali ed ecclesiali che permettono di distinguere esperienze autentiche da quelle che impoveriscono. Ragione ed esperienza devono andare sempre insieme. Con l’esaltazione solo dell’esperienza si può cadere nell’idolatria dell’esperienza oppure nell’idolatria solo della propria esperienza.
17) Coloro che assistevano degli anziani, dei malati, dei portatori di handicap, si sono sentiti dire, con sorrisetti ironici che: "sì le opere saranno buone, ma... la sola cosa che salva è la fede".
18) Nel "cammino" non bisogna fare niente: c'è un vero e proprio "orrore" di tipo protestantico, anche solo per la parola "virtù": "l'uomo non può far niente per conseguire la vita eterna"; "Dio fa tutto senza che tu debba sforzarti, anzi qualunque sforzo è inutile"; "l'uomo può incrociare le braccia perché fa tutto Dio", dicono i cosiddetti catechisti sin dai primi incontri (cfr. quanto detto su questa eresia che si chiama quietismo alle pagine 32, 54). Nel "cammino" bisogna solo partecipare a tutti gli incontri indicati dai catechisti: man mano che si partecipa e si segue il cammino neocatecumenale si avrà la grazia per essere cristiani e siccome vengono svalutate tutte le altre spiritualità, direttamente o indirettamente, si convincono le persone che se si allontanano dal gruppo, perdono la grazia.
19) Le persone vengono "sequestrate" dalle parrocchie e da ogni altra attività ecclesiale e messe in "frigorifero" per 12-15 anni, con l'assurda scusa che non si è cristiani se prima non si è terminato tutto il cammino neocatecumenale. Come se tutto il resto della vita e dell'attività della Chiesa fosse privo di significato, non facesse pure diventare cristiano.
Come se, ad esempio, collaborare col gruppo Caritas della parrocchia, oppure organizzare un gruppo di preghiera, oppure collaborare e aderire alle iniziative pastorali diocesane, oppure aderire al ritiro spirituale periodico della parrocchia, non contribuisse a diventare cristiano.
Ogni battezzato, in grazia di Dio, in qualsiasi momento compie la volontà di Dio, cresce nella grazia di Dio e nella testimonianza cristiana. Ogni autentica partecipazione alla vita ecclesiale è una crescita nella fede.
Si è definitivamente e totalmente cristiani solo in Paradiso (S. Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 4,2) per cui non c'è, qui in terra, un punto di arrivo definitivo ma, come diceva S. Teresa d'Avila, ogni giorno della nostra vita, nella fede, o si va avanti o si torna indietro. Nessuno può arrogarsi il monopolio della vita cristiana e dire che solo dopo 15-18 anni di incontri asfissianti sei cristiano, mentre prima (o fuori) non sei cristiano!
20) Tra i tanti abusi e le tante storture neocatecumenali è veramente ridicolo il fatto che tolgono, arbitrariamente, il Credo dalla Liturgia eucaristica, perché - dicono - coloro che sono in cammino non sono in grado, ancora, di professarlo con consapevolezza e maturità di adesione. Ma, stranamente poi le stesse persone che non sono ancora in grado di professare il Credo, vengono tranquillamente ammesse alla partecipazione della celebrazione eucaristica!
In pratica all'Eucaristia può partecipare qualsiasi sprovveduto e immaturo nella fede, mentre per proclamare il Credo è necessario essere preparati e maturi! Mentre, quindi, il Concilio Vaticano II dice che "il sacrificio eucaristico è fonte e apice di tutta la vita cristiana" (Lumen Gentium, n° 11), i neocatecumenali, di fatto, con questa loro prassi, sembrano affermare che, invece, "il Credo è il culmine di tutta la vita cristiana"! In un articolo pubblicato sulla Rivista di Pastorale Liturgica, a cura di Ernesto Teodoro, giustamente, a questo proposito, viene fatto rilevare: "Il caso più discutibile è il Credo. Nulla da eccepire per chi non è cristiano: professerà la fede al termine d'un cammino ricevendo i sacramenti dell'iniziazione.
Ma per chi è già battezzato sia pure "lontano"? Da una parte lo si ammette all'eucaristia, dall'altra lo si fa attendere a professare il "Credo". Ora, legalismo a parte, nell'eucaristia il popolo risponde alla Parola e "vi aderisce con la professione di fede": se non è in grado di pronunciare il "Credo", a maggior ragione non sarà in grado di rispondere alla Parola. Di più, proclamare l'Amen che conclude la preghiera eucaristica e assumere il Corpo e il Sangue di Cristo sono azioni più coinvolgenti e intense che non la proclamazione del Credo" (Rivista di Pastorale Liturgica, n° 178, Maggio-Giugno, 1993/3, pp. 68-69. La liturgia del cammino neocatecumenale: Aspetti problematici).
21) I segni, nel cammino, sono assolutamente invariabili e posti in essere in modo scrupoloso e quasi maniacale. Anche un parroco che chiedesse qualche variazione verrebbe ritenuto capriccioso e quindi non più obbedito.
22) I neocatecumenali sono tenuti all'oscuro di quello che accade nelle tappe successive alla tappa che stanno vivendo. Non c'è da meravigliarsi, allora, se talvolta, muovendo loro una critica su un errore che commettono ci si senta rispondere che la critica è falsa: in realtà, talvolta, la persona ignora quello che accadrà in seguito e per questo non riconosce come vera la contestazione che gli viene fatta.
23) Altre volte, i neocatecumenali più "avanzati", alle contestazioni che vengono loro fatte sulla prassi del cammino rispondono che si tratta solo di sottolineature. Per i punti trattati in questo lavoro abbiamo visto che non si tratta di sottolineature ma di punti sostanziali.
24) Contro coloro che sono più attivi o efficaci nel denunciare abusi o singole falsità del movimento, oppure che hanno rifiutato il "cammino", viene sollevata un'azione di persecuzione, gettando su di loro, in tutti i modi, disistima, discredito, calunnie: coloro che disapprovano e combattono gli aspetti negativi delle catechesi di Kiko e quegli aspetti non accettabili evidenziati in questa relazione, vengono chiamati col nomignolo di "Faraone" e quindi combattuti.
Eppure lo stesso Kiko continuamente sbandiera che bisogna amare nella dimensione della Croce, che bisogna amare il nemico(Orientamenti alle équipes di catechisti per la iniziazione alla preghiera", p. 183). Come mai nonostante tutti questi bei proclami, quando uno esce dal "cammino" viene considerato indemoniato e non lo si saluta neanche più? Come mai, nonostante questi proclami evangelici, vengono riversati calunnie, discredito e rancore verso coloro che fanno rilievi e critiche al "cammino"?
25) Una catechista spagnola ha riferito che Kiko avrebbe riconosciuto che nel testo-base usato per le catechesi ci sono effettivamente errori che sono in contrasto con l'insegnamento della Chiesa, ma che essi, ogni anno, integrano nuove catechesi: non risulta, però, che le comunità abbiano modificato o rinnegato nulla di quegli insegnamenti-base.
Ad esempio continuano a non organizzare mai, come comunità, momenti di adorazione al SS. Sacramento a causa di quella frase banale e falsa, riportata proprio nel testo-base; continuano a mantenere la stessa catechesi sull'Eucaristia, sul Sacramento della Penitenza, sulla storia della Chiesa, sul ruolo abusivo dei catechisti, ecc.
Inoltre, se anche fosse vero quanto riportato da quella catechista, un po’ di buon senso suggerisce che non bisogna fidarsi di persone che ogni anno cambiano i contenuti della catechesi: la Chiesa, con la sua perenne fedeltà all'insegnamento autentico di Cristo, è l'unica che merita la nostra fiducia incondizionata.
26) Il Cammino non promuove il primato della persona, ma il colettivismo, una mentalità collettivista: "La comunità ti dice, la comunità ti manda, la comunità ha deciso, la comunità ti toglie, la comunità ti fa la correzione fraterna, la comunità ti richiama, la comunità ti impone le mani, la comunità... la comunità...la comunità". Nella vera comunità cristiana si vive il primato della persona e il principio della responsabilità personale: non si è schiavi di mentalità collettiviste. Nella nostra fede esiste sia la dimensione personale che la dimensione comunitaria, ma il primato è alla persona. La comunità è costituita da persone in comunione con Cristo e quindi tra di loro (cfr. Gv 15,1-11).
Jacques Maritain così esprime bene questo primato della persona: "Nella comunità di persone umane che forma la società, la Chiesa, conformemente alle esigenze della verità, dà il primato alla persona sulla comunità, mentre il mondo d’oggi fa primeggiare la comunità sulla persona. La Chiesa diverrà sempre più - e ne sia benedetta - il rifugio e il sostegno (unici forse) della persona" (J. Maritain, Il contadino della Garonna, Morcelliana, 1980, p. 82).
Infatti "Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il Sabato" (Mc 2,27). Personalismo, dunque significa né individualismo, né collettivismo. Quando la comunità, abusivamente, diventa un "assoluto", diventa un "idolo", è possibile ogni strumentalizzazione della persona umana. Quando la comunità viene prima della persona e prima della famiglia-sacramento si entra nell’ideologia collettivista e si esce dalla vera fede.
27) "Vi posso leggere un articolo di Congar e di Rahner che dicono: "nel futuro della Chiesa non ci saranno più protestanti e non protestanti; ci sarà un nuovo scisma: coloro che stanno con il Concilio e coloro che stanno contro il Concilio. Questo è stato profetico, perché ci siamo già. Siamo più vicini a molti protestanti che ad alcuni della chiesa che ci vogliono picchiare ed uccidere" (p. 349).
28) Il cammino è caratterizzato, al fondo, da una mentalità rigida e chiusa che esprime una tecnica sistematica, uno schema ripetitivo, un "meccanismo" con delle tappe rigide e uguali per tutti. Anche un prete che voglia entrare nel gruppo deve comunque cominciare il cammino dall’inizio!!!
29) Questo gruppo, seguendo la mentalità di moda, esalta la categoria dell’esperienza e svaluta o disprezza la dimensione intellettuale della fede. È necessario fare discernimento sulla categoria dell’esperienza. L’esperienza fondamentale del cristianesimo è essere inseriti nel mistero pasquale di Cristo. Qualsiasi cristiano (anche tutti quelli che non fanno parte di queste comunità neocatecumenali) che vive e mette in pratica la Parola di Dio nella sua vita ha esperienza del mistero pasquale di Cristo.
Bisogna invece stare attenti a non assolutizzare una esperienza particolare, e a scambiarla per l’unica esperienza vera del cristianesimo.
La categoria stessa dell’esperienza non è una categoria assoluta, ma va sottoposta a discernimento. Essa non può mai stare da sola, ma va sempre coniugata e armonizzata con la ragione. Esperienza, di per sé, non significa automaticamente "verità": ci sono esperienze false ed esperienze vere; esperienze costruttive e distruttive; esperienze vere ed illusorie.
Nella Fides et Ratio si può intravedere una critica all’esperienzialismo. "Bisogna compiere il passaggio necessario ed urgente dal fenomeno al fondamento. Non è possibile fermarsi alla sola esperienza" (n. 83). Il Card. Ratzinger in una presentazione dell’Enciclica, ha fatto notare: "L’uomo non si pieghi alle apparenze /.../ Il Papa sottolinea /.../ giustamente i limiti del concetto di esperienza che oggi - coerentemente con la dominante limitazione alle apparenze - viene spesso innalzato anche nella teologia a criterio ultimo. /.../ L’uomo non è limitato al mondo delle esperienze soggettive. Di fatto la riduzione all’esperienza doveva avere come conseguenza il fissare l’uomo sulla realtà soggettiva.
La rivelazione /.../ ci dona un’esperienza di Dio e ci aiuta a mettere le nostre esperienze, ad ordinarle correttamente, a comprenderle nel discernimento degli spiriti criticamente e positivamente e a cominciarle" (Oss. Romano, 19/11/1998, p. 8). L’esperienza, di per sé, non garantisce dall’errore: essa ha bisogno di comprensione e discernimento alla luce della Parola di Dio, e di essere ordinata correttamente.
Nella Veritatis splendor il Papa indica nella "ragione ed esperienza" insieme una fonte di insegnamento (n. 86), non nella sola esperienza.
L’esaltazione unilaterale della sola categoria della esperienza può giustificare qualsiasi soggettivismo, emozionalismo, sensazionalismo, scelte arbitrarie o settoriali, ecc. Il primato del vissuto non deve diventare il criterio di discernimento assoluto. Questo "vissuto" potrebbe essere concepito secondo le caratteristiche dell’esperienza soggettiva, oppure si può assolutizzare il vissuto solo di questo o quel gruppo, e rifiutare tutto quello che non rientra nel "vissuto" del gruppo. È evidente che questa esaltazione unilaterale solo del vissuto del gruppo, solo dell’esperienza del gruppo, si traduce in una forma di settarismo. Ricordiamo che negli anni del secolarismo (gli anni sessanta-ottanta) attraverso l’esaltazione della categoria dell’esperienza alcuni hanno creato un vero e proprio "magistero parallelo" a quello autentico della Chiesa, giustificando con un presunto richiamo all’esperienza, di persone o gruppi, l’opposizione e la contestazione, in più campi, di insegnamenti fondamentali della Chiesa.
30) Con quale autorità Kiko interviene sul ministero dei presbiteri? (cfr. pp. 193). Con quale autorità legifera sulle parti di un sacramento (cfr. p. 194) o sulla liturgia in generale?
31) Bisogna verificare che, dove gli scrutini sono avvenuti alla presenza del Delegato del Vescovo, non vengano ripetuti, con le stesse persone, in sua assenza.
31) C’è un pericolo costituito da questi seminari "Redemptoris mater", dove di fatto, si "alleva" un clero neocatecumenale, un clero parallelo, un clero ad uso e consumo delle comunità: un clero che viene formato sulla base della filosofia del cristianesimo che ha Kiko.
È vero che Kiko ha donato questi seminari alle relative diocesi, ma la formazione dei futuri sacerdoti è vincolata ai catechesti neocatecumenali, dal momento che i seminaristi frequentano le comunità nelle parrocchie e sono sottomessi ai loro catechisti.
È veramente paradossale il fatto che questo movimento non ha uno Statuto riconosciuto eppure già possiede dei seminari!!!
32) Durante una convivenza sono morti i genitori di due neocatecumeni: ebbene essi sono rimasti in convivenza e non sono andati al funerale dei loro genitori.
33) Kiko stesso riconosce che nella Chiesa, dopo il Concilio, si è vissuto un clima di confusione e di incertezza, dottrinale, liturgica, disciplinare, ecc.
Negli "Orientamenti alle equipes di catechisti per il secondo scrutinio battesimale" (1977), Kiko dice:
"Papa Paolo VI è un anno intero che continua a parlare di "ricostruire la Chiesa". Guardate che quantità immensa di queste prediche. /.../ Noi abbiamo raccolto tutte queste prediche di Paolo VI. Guardate è una cosa impressionante: "oggi dobbiamo ricostruire la Chiesa come se si incominciasse di nuovo. /.../ Non si sa più che è essere cristiano. In alcuni essere cristiano significa liberazione politica, per altri... Mah." (p. 75).
Negli "Orientamenti alle équipes di catechisti per la iniziazione alla preghiera" (1977-1981), Kiko ribadisce questo concetto:
"Noi abbiamo riunito le undici allocuzioni che Paolo VI ha dedicato, durante le undici settimane, all’urgenza che esiste oggi di ricostruire la Chiesa: significa che la Chiesa è mezza distrutta e che bisogna ricostruirla" (p.168).
"Per questo il Papa è andato a parlare a Puebla, perché oggi il cuore del Vangelo è in pericolo molto grave da tutte le parti. Tu chiedi qualcosa a un prete o a gente che sta nella Chiesa, e c’è una confusione in questo senso gravissima" (p. 173).
E se anche Kiko, nonostante la sua buona volontà e il sincero impegno a voler ricostruire, fosse anche lui "frutto" di quella confusione, invece che il suo superamento? Se anche lui fosse il "figlio" di quella crisi, invece che - come lui pensa - il "superamento" di quella crisi?
Moltissime persone che partecipano al cammino sono in buona fede e incapaci di controbattere gli errori contenuti nella catechesi loro impartita.
Ma cosa pensare, invece, dei sacerdoti che si sono fatti "imbavagliare", "intrappolare" e "imprigionare" dal movimento e che si sono fatti e si fanno complici degli errori e degli abusi che avvengono in questi gruppi, loro che sono collaboratori dei Vescovi nella funzione di istruire, santificare e governare il Popolo di Dio? (P.O. n° 7 b).
Com'è possibile che hanno partecipato per anni a tutto quello che accade nel cammino, e non hanno visto niente, non si sono accorti di niente, non hanno detto mai niente, hanno giustificato sempre tutto e, abdicando alla loro missione di maestri della fede e della verità, hanno avallato e diffuso gli errori delle pseudo-catechesi di Kiko?
Come mai hanno lasciato che Kiko li trasformasse in suoi docili e devoti "burattini"? Come è possibile che hanno lasciato che i catechisti-laici creassero una chiesa parallela, senza battere ciglio? Come è possibile che hanno giustificato tante manipolazioni senza intervenire? I sacerdoti, rispetto all'ufficio ricevuto, hanno, in questo, una grave responsabilità.
Lo scopo di questo lavoro è di aiutare quanti fanno parte di questi gruppi a realizzare in modo più giusto e autentico il loro desiderio di vivere una fede autentica: fuori dell'insegnamento della Chiesa (che è l'insegnamento di Cristo) ci sono solo "prigioni e catene" create dalle illusioni degli uomini. Fuori della verità, di "retto cammino" ci sono solo idoli, i nuovi idoli e le nuove schiavitù.
Il vero discepolo di Cristo accoglie sempre con gioia e gratitudine tutto quello che può aiutarlo a migliorare, approfondire e purificare la sua comunione col Signore Gesù e a togliere gli ostacoli e gli impedimenti al progetto di Dio in lui. L'incontro con Cristo è l'evento fondante e assoluto di tutta la nostra vita e di tutta la nostra storia: è della massima importanza, allora, che questo incontro fondamentale non venga falsificato.
Questo lavoro è nato dalla carità e dal rispetto verso tanti fratelli che desiderano crescere in una fede genuina ma che, per questo, hanno bisogno di una fede vera: la carità, infatti, spinge gli "uomini di buona volontà" ad adorare il Padre "in Spirito e Verità" (Gv 4,23) perché questa è l'unica vera felicità.
Nicodemo
SOMMARIO INTERVENTI MAGISTERIALI
ABUSI LITURGICI NEOCATECUMENALI LE SOLE APPROVAZIONI RICEVUTE
ALCUNE INDICAZIONI DEL PAPA GIOVANNI PAOLO II AI NEOCATECUMENALI
ANALISI DEL TESTO USATO PER LE CATECHESI
Questo testo, insieme ad altre informazioni sul Movimento Neocatecumenale, si possono trovare sui siti internet:
http://www.geocities.com/Athens/Delphi/6919
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